
Fellini open
Gianfranco Miro Gori presenta:
Il Circolo del Giudizio: storie di cinema e poesia, televisione e letteratura (Sabinae, 2026)
con Marco Bertozzi e letture di Elisa Angelini

Fellini open
Gianfranco Miro Gori presenta:
Il Circolo del Giudizio: storie di cinema e poesia, televisione e letteratura (Sabinae, 2026)
con Marco Bertozzi e letture di Elisa Angelini

Roy Menarini presenta il suo libro
Il film nel XXI secolo (Cue Press, 2025)
con Annamaria Gradara
In occasione della nuova edizione della Festa della Sibilla, l’appuntamento nazionale dedicato all’enigmistica classica in programma a Rimini dal 4 al 7 giugno 2026, nasce Amarcord enigmistico, un’iniziativa ispirata al mondo di Federico Fellini e alla sua città.
La Sibilla è una storica rivista bimestrale e dà il nome alla manifestazione che ogni anno richiama a Rimini professionisti e appassionati da tutta Italia per incontri, sfide e momenti di condivisione dedicati al gioco linguistico e alla cultura enigmistica.
Per l’edizione 2026 gli organizzatori hanno ideato uno speciale cruciverba a tema felliniano, pensato per accompagnare cittadini e visitatori in un viaggio tra cinema, memoria e immaginazione.
Il cruciverba sarà disponibile dal 15 maggio 2026:
L’iniziativa crea un ponte tra il gioco enigmistico e l’universo visionario di Fellini, invitando il pubblico a scoprire – o riscoprire – il Fellini Museum attraverso il divertimento e la curiosità.
COME PARTECIPARE
Dal 15 maggio al 7 giugno 2026 sarà possibile accedere gratuitamente al Fellini Museum attraverso una delle due modalità previste:
Amarcord enigmistico vuole essere un invito a vivere Rimini come città dell’immaginazione, del cinema e del gioco culturale, nello spirito ironico e sognante che ha reso Fellini celebre nel mondo.
È in libreria il primo volume che raccoglie gli atti del convegno Fellini, la scrittura, gli scrittori del maggio 2025, che ha avuto per oggetto il complesso rapporto del regista riminese con la scrittura e gli scrittori.
Curato da Marco Leonetti, direttore del Fellini Museum e della Cineteca del Comune di Rimini e Roy Menarini, professore ordinario presso l’università di Bologna, è il primo di una collana editoriale.
Dal 1° maggio 2026 cambiano gli orari di Palazzo del Fulgor
da martedì a domenica dalle 10 alle 19. Cambierà anche l’orario di proiezione dei film, che sarà alle 16
I ragazzi fino ai 30 anni compiuti e gli studenti universitari di qualunque età entrano gratuitamente!
Ecco il programma di maggio
martedì 5 – Il bidone
martedì 12 – Amarcord
martedì 19 – Lo sceicco bianco
martedì 26 – 8½
Tra aprile e giugno 2026 la presentazione di quattro lavori dedicati a Federico Fellini, in collaborazione con la Biblioteca Gambalunga.
mercoledì 29 aprile, Sala della Cineteca – ore 17:30
Raffaele Simongini
Fellini e il mistero creativo. Otto saggi e mezzo (Mimesis, 2026)
in dialogo con Gianfranco Angelucci e Marco Leonetti
martedì 19 maggio, Palazzo del Fulgor, Salottino – ore 17:30
Marina Geat
Simenon, Fellini, Jung. Fratelli d’elezione (Rubbettino, 2026)
in dialogo con Hugues Sheeren e Marco Leonetti
a seguire, brindisi con l’autore
Prenotazione obbligatoria max 40 persone su museofellini@comune.rimini.it
Evento in collaborazione con Alliance Française San Marino Rimini
venerdì 19 giugno, Palazzo del Fulgor, Salottino – ore 17:30
Frank Burke
Like being in a Fellini movie conferenza
a seguire, brindisi con Frank Burke
Prenotazione obbligatoria max 40 persone su museofellini@comune.rimini.it
sabato 20 giugno, Palazzo del Fulgor, Salottino – ore 17:30
Laura Gramuglia
A Rimini con Federico Fellini. Viaggio fantastico tra sogno e memoria (Perrone, 2026)
In dialogo con Marco Leonetti e con interventi musicali di Chiara Raggi
A seguire, brindisi con l’autrice
Prenotazione obbligatoria max 40 persone su museofellini@comune.rimini.it
Cineteca – ingresso libero
24 marzo – 14 aprile 2026
tutti i martedì ore 17
Quest’anno ci saranno di nuovo quattro appuntamenti dedicati, in sequenza, alla Sceneggiatura (martedì 24 marzo), ai Costumi e Trucco (martedì 31 marzo), alla Coreografia (martedì 7 aprile) e alla Musica (martedì 14 aprile). Altrettanti pilastri indispensabili alla costruzione di qualsiasi opera cinematografica.
Senza la Sceneggiatura il film non esiste, non ascoltate chi sostiene il contrario. La base letteraria è imprescindibile per giudicare la validità della storia, ma non meno importante per macchina organizzativa e perché la Produzione possa quantificare un preventivo di spesa. Senza finanziamenti il film non parte. Fellini nasce come gagman di Aldo Fabrizi e poi come sceneggiatore di registi a suo tempo famosi, e di tutti i suoi film.
Il secondo appuntamento riguarda Costumi e Trucco, nel cinema riuniti in un unico reparto sotto la guida del costumista. Se nella vita comune “l’abito non fa il monaco”, nei film è esattamente il contrario, sono proprio i costumi e il trucco a definire il personaggio fin dalla sua prima apparizione, e a consegnarlo per sempre all’immaginario collettivo.
La Coreografia è l’arte primigenia dello spettacolo, nata millenni fa nell’antica Grecia attorno all’altare di Dioniso. La danza è presente in quasi tutti i film di Fellini; il regista ritagliava sempre occasioni di ballo per Giulietta Masina, dotata di talento naturale. Le sequenze coreografiche sono costanti delle sue storie: fino a Ginger e Fred, dove due guitti ballerini di tiptap danno l’addio alle scene.
Last but not least, ultima ma non meno importante, viene la Musica, che storicamente nasce alle fine del secolo scorso parallelamente ai film muti, che vengono accompagnati musicalmente da un pianista seduto sotto lo schermo. Nino Rota, definito da Fellini “l’amico magico” era stata la mente musicale del regista in un rapporto quasi medianico; impossibile ascoltare un tema del compositore milanese senza associarlo immediatamente alle immagini di Fellini.
Gli incontri sui Mestieri, presso la Cineteca di Rimini, saranno gratuiti e aperti a tutti. Le conversazioni, di un’ora e mezza ciascuna, verranno illustrate e arricchite da un dovizioso repertorio di immagini, clip, fotografie, disegni. Una cavalcata appassionante tra segreti e bugie di quella Settima Arte a cui non sappiamo rinunciare.
Gli incontri sono sostenuti dal progetto 𝗥𝗘𝗘𝗟 del Programma 𝗜𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝗴 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮–𝗖𝗿𝗼𝗮𝘇𝗶𝗮 2021–2027, iniziativa di cooperazione culturale che vede come partner Fondazione Apulia Film Commission (Lead Partner), Città di Venezia, Istrian Cultural Agency, Art-kino, Public Institution Dubrovnik Cinemas e il Comune di Rimini.
Il Fellini Museum organizza tre laboratori per bambini a Palazzo del Fulgor a cura di Patrizia Magnani
Il programma:
Sabato 28 febbraio h 15-16.30
Città in scena
Ogni partecipante realizzerà una micro “scenografia”, come faceva Fellini nel suo teatro di posa; una città immaginaria pop-up mediante le immagini dei monumenti della città e dei personaggi felliniani.
Domenica 15 marzo h 15-16.30
Di-segni animati
A partire dai disegni di Federico Fellini realizziamo dei congegni ludici per comprendere il meccanismo delle immagini in movimento.
Giovedì 2 aprile h 15-16.30
Giocolieri di carta
Il mondo visionario di Federico Fellini e l’arte vibrante di Toulouse-Lautrec condurranno i bambini in un viaggio magico popolato di personaggi bizzarri, clown, acrobati e giocolieri per dar vita a mondi impossibili.
info e prenotazioni: 333 6535566
patriziamagnani11@gmail.com
I laboratori sono sostenuti dal progetto 𝗥𝗘𝗘𝗟 del Programma 𝗜𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝗴 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮–𝗖𝗿𝗼𝗮𝘇𝗶𝗮 2021–2027, iniziativa di cooperazione culturale che vede come partner Fondazione Apulia Film Commission (Lead Partner), Città di Venezia, Istrian Cultural Agency, Art-kino, Public Institution Dubrovnik Cinemas e il Comune di Rimini.
In collaborazione con Cinemazero di Pordenone, sabato 24 gennaio, alle ore 17.30, al Palazzo del Fulgor inaugura la mostra “Le magie di Federico Fellini. Fotografie di Deborah Beer”, accompagnata da un catalogo con contributi di Marco Bertozzi e Andrea Crozzoli.
Le immagini, ritrovate nell’Archivio Fellini di Rimini, riaffiorano dopo un lungo silenzio e tornano oggi a produrre senso grazie all’accordo tra il Fellini Museum e, per l’appunto, Cinemazero di Pordenone. Organizzata in tre sezioni – “Il regista, Fellini”, “F come facce” e “M&M, Masina e Mastroianni” – la mostra attraversa i set de La città delle donne, E la nave va e Ginger e Fred, restituendo uno sguardo dall’interno sull’ultimo cinema di Fellini, nel dialogo tra invenzione, tempo e consapevolezza del congedo che troverà una dichiarazione esplicita in Intervista.
La mostra rimarrà aperta fino a domenica 22 marzo.
Dal 20 gennaio, al Palazzo del Fulgor, in mostra i vinili delle colonne sonore dei film del regista. In esposizione trenta dischi originali – 33 e 45 giri – provenienti dalla collezione privata dello storico Davide Bagnaresi, con rare edizioni internazionali che documentano la diffusione mondiale del cinema felliniano: da La Strada a La dolce vita, da 8½ fino a stampe di particolare interesse come quella americana de I clowns. Al centro del percorso il dialogo creativo con Nino Rota e, nella fase più tarda, con Nicola Piovani, insieme alla straordinaria qualità grafica delle copertine, le cui soluzioni visive riflettono la visionarietà del cinema felliniano.
Tra i materiali esposti, la mostra presenta anche due rari 78 giri contenenti le canzoncine I cinque Baeki’s e La cavalcata dei cinque, entrambe scritte da Odoardo Spadaro. Secondo i cataloghi Cetra — etichetta discografica dell’EIAR — le incisioni sono successive all’aprile 1939. Nei crediti riportati sulle copertine dei dischi e nei cataloghi compare il cognome Fellini, aprendo un interrogativo che resta tuttora irrisolto. Non esiste infatti una prova definitiva che il “Fellini” indicato sia Federico, che inizierà a collaborare con l’EIAR solo nei primi mesi del 1940. Tuttavia, il motivo de I cinque Baeki’s riaffiora, con testo parzialmente rielaborato, nella celebre sequenza dei tre becchini al teatro della Barafonda in Roma, suggerendo una possibile continuità creativa. Il quadro si complica se si considera che quel “Fellini” potrebbe essere Riccardo, fratello minore di Federico, che nei primi mesi del soggiorno romano lo raggiungeva spesso e che, stando ai ricordi di alcuni parenti, potrebbe essersi trasferito con lui e la madre nel marzo del 1939. Riccardo, appassionato di canto, ambiva proprio allora a una carriera tenorile. In una fase di ruoli e traiettorie familiari ancora fluide, l’identità del Fellini coinvolto nelle due incisioni rimane sospesa, lasciando il mistero aperto.
Arriva al Fellini Museum Dentro il set, la prima mostra nata dall’accordo di collaborazione tra i Comuni di Rimini e Cesena, legata a “CliCiak – Scatti di Cinema” (Comune di Cesena, Biblioteca Malatestiana e Centro Cinema Città di Cesena).
In esposizione circa 40 fotografie dall’edizione CliCiak 2025, comprese le immagini premiate e segnalate dalla giuria. Fino a domenica 22 febbraio 2026
Le foto di scena raccontano il cinema mentre prende forma: set, prove, luci, attese, gesti, sguardi. Non solo “dietro le quinte”, ma un modo unico di leggere il film e la sua atmosfera, tra realtà e finzione.
La mostra apre il percorso di valorizzazione promosso dal Comune di Cesena attorno a CliCiak, che da anni raccoglie e custodisce un grande patrimonio di fotografie di scena del cinema italiano.
Inaugurazione: giovedì 18 dicembre, ore 17:00 Palazzo del Fulgor – Fellini Museum, sala del Caffè (3° piano) – ingresso libero
BLU STREGATO riunisce un’ampia selezione di opere che offrono una panoramica sul lavoro del giovane artista, dal periodo più recente ai dipinti delle sue prime mostre.
Il linguaggio di Barbalaco è intenso ed enigmatico, popolato da simboli che trasformano situazioni apparentemente ordinarie in scenari occulti e inquietanti. L’uso della luce e del colore – con una prevalenza delle tinte fredde e del blu in particolare – amplifica l’atmosfera quasi stregata che avvolge le figure, spesso immerse in una solitudine imperscrutabile.
Le opere, ricche di suggestioni teatrali, risentono anche della precedente attività di burattinaio dell’artista. In molti dipinti emerge inoltre un forte legame con la psicoanalisi e con il mondo dell’inconscio: elementi surreali si inseriscono nelle scene e ne interrompono il filo logico, come se l’immaginario interiore facesse costantemente irruzione nel visibile.
Le tele sono costruite su un originale equilibrio compositivo, dove la resa realistica e armoniosa dei soggetti si confronta con scelte stilistiche contemporanee, come le inquadrature ravvicinate e i toni volutamente antinaturalistici.
Le opere di Mattia Barbalaco diventano così l’espressione di un’indagine individuale e universale al tempo stesso, che scardina i confini tra inconscio e realtà e dà vita a una dimensione onirica, sospesa e profondamente poetica
Fellini Award Rimini – Cuarón in controcampo
L’appuntamento di domenica 7 dicembre non sarà l’unica occasione per riscoprire sul grande schermo il percorso cinematografico del cineasta messicano accostato alla filmografia felliniana. Ad accompagnare il Premio sarà infatti una speciale rassegna “Cuarón in controcampo” che partirà il fine settimana del 6 dicembre per proseguire ogni sabato fino al 17 gennaio. In ciascun appuntamento un film del regista riminese aprirà il pomeriggio al Cinemino (Palazzo del Fulgor, ore 14) come controcampo ideale seguito in serata da un titolo dell’autore messicano (ore 21, Cineteca): non una semplice “doppia proiezione”, ma un gioco di riflessi tra forme, temi e immagini che si rispondono a distanza.
Si passa così dalla giovinezza de I vitelloni, inchiodata alla provincia, alla giovinezza in movimento di Y tu mamá también (6 dicembre); dalla Roma di Fellini città-mondo e teatro barocco, alla Roma di Cuarón, quartiere di Città del Messico, microcosmo familiare e politico (domenica 7 dicembre, ore 14 cinemino ore 20 cinema Fulgor); dal grottesco del circo dei Clowns all’universo di incantesimi e metamorfosi di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (13 dicembre); dall’infanzia di Amarcord allo spazio infinito di Gravity (3 gennaio); all’accostamento tra La dolce vita e I figli degli uomini, che mette al centro l’idea di fine – la fine di un certo mondo sociale, la fine letterale del futuro (10 gennaio) – e all’ultima coppia, 8½ e Uno per tutte, costruita intorno a una crisi: creativa, esistenziale, sentimentale (17 gennaio).
Una sorta di slalom parallelo per far emergere, attraverso la presenza fantasmatica di Fellini, lo sguardo di Cuarón sulla memoria, la città, il corpo, la famiglia, l’apocalisse, il desiderio. Un omaggio al regista premiato e al suo cinema, capace di tenere insieme spettacolo e profondità emotiva, invenzione formale e attenzione al reale.
Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso gratuito.
Il Premio Fellini riparte da Alfonso Cuarón
Domenica 7 dicembre (ore 18) al Teatro Galli di Rimini la consegna del riconoscimento ad uno tra i più apprezzati cineasti contemporanei
In serata il regista introdurrà il suo pluripremiato film Roma al Cinema Fulgor
Da sabato 6 dicembre una rassegna di proiezioni tra Cineteca e Cinemino con la filmografia dell’autore messicano in dialogo con l’opera di Federico Fellini
Federico Fellini e Alfonso Cuarón: due generazioni, due sguardi sul cinema e sulla realtà, due mondi poetici che si intrecciano, per la prima volta, a Rimini. Sarà un ideale dialogo di immagini, parole, sogni tra il Maestro riminese e il regista e sceneggiatore messicano ad attraversare il ‘rinato’ Premio Fellini, assegnato in questa prima edizione del suo ‘nuovo corso’ ad uno tra i più apprezzati cineasti contemporanei.
Cuarón è atteso a Rimini domenica 7 dicembre (ore 18) quando salirà sul palcoscenico del Teatro Amintore Galli per una conversazione a tutto tondo con Gian Luca Farinelli, direttore della Fondazione Cineteca di Bologna, coordinatore artistico del Premio. Un dialogo per cercare di approfondire le relazioni e le influenze che legano Cuarón a Fellini, “che – ha spiegato lo stesso regista – ha influenzato così tanto, sin dalla mia prima infanzia, il mio amore per il cinema”. Sarà poi il sindaco Jamil Sadegholvaad a consegnare nelle mani del regista il riconoscimento, che la Città di Rimini ha deciso di rilanciare a quattordici anni dalla sua ultima edizione grazie alla rinnovata preziosa collaborazione con la Cineteca bolognese.
A seguire, alle ore 20, ci si sposterà nel cinema ‘felliniano’ per eccellenza, il Fulgor, dove Cuarón introdurrà alla visione di Roma, opera del 2018 che gli è valsa l’Oscar e il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia.
Alfonso Cuarón sarà poi a Bologna il giorno successivo, lunedì 8 dicembre, quando al Cinema Modernissimo presenterà Roma e Jonas che avrà vent’anni nel 2000 di Alain Tanner, regista oggi quasi dimenticato, un “film del cuore” che proprio Cuarón sta contribuendo a riscoprire.
Prenota qui un posto per la premiazione al Teatro Galli
Prenota qui un posto per la proiezione al Cinema Fulgor
Sarà possibile accedere senza prenotazione, con la precedenza ai prenotati, fino a esaurimento posti.
L’albo d’oro del Premio Fellini
Il Premio Fellini fu istituito per la prima volta dalla Città nel 1994 e vide insignito John Turturro a cui seguirono negli anni successivi Kathryn Bigelow (1995), Emir Kusturica (1996) e John Landis (1997). Fu poi l’associazione “Fondazione Federico Fellini” a ripristinare dal 2005 il Premio che in quell’anno fu assegnato a Martin Scorsese, per poi proseguire con Roman Polanski (2006), Ermanno Olmi (2007), Tullio Pinelli (2008) e Sidney Lumet (2009). Le ultime due edizioni del premio coincisero con gli ultimi due anni di attività della Fondazione Fellini e vide premiati a Rimini Paolo Sorrentino (2010) e Terry Gilliam (2011).
Alfonso Cuarón sarà quindi il dodicesimo artista ad iscriversi all’albo d’oro del Premio Fellini.
Il Premio Fellini è realizzato dal Comune di Rimini e Fellini Museum con Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con in collaborazione con Apt Servizi Emilia-Romagna e VisitRomagna.
Ad Amarcort 2025 il cinema dei giovani incontra il Festival Fellini, in un ponte ideale tra l’immaginario del Maestro e lo sguardo delle nuove generazioni.
Sabato 29 novembre, alle 14.30, alla Cineteca di Rimini, Amarcort Film Festival ospita una selezione speciale del Festival Fellini, progetto nato sotto la direzione artistica di Raffaele Simongini nelle aule della RUFA – Rome University of Fine Arts e cresciuto grazie alla collaborazione con Poliarte di Ancona e LABA di Firenze. Questo incontro è reso possibile grazie all’interessamento e alla collaborazione del Fellini Museum.
Il cuore del programma è TORNA RESTA, un mediometraggio composto da quattro episodi diretti da giovani talenti emergenti che rileggono il mondo felliniano con sensibilità diverse:
Il funerale di Fellini di Mino Capuano Amico di città laggiù di Tommaso Banti e Marco Di Filippo Mnemofume di Ludovico Bosica Chicken Carnival di Alain Parroni.
Storie che oscillano tra memoria, invenzione e visioni, come un album di sogni in movimento.
Ad accompagnarle, due lavori d’animazione – Quattro e un quarto di Laura Ettori e Orrendi scarabocchi di Pietro Ciccotti – che trasformano l’immaginario felliniano in forme elastiche, morbide, sorprendenti. E, come proiezione speciale, Omaggio a F. di Daniele Ciprì: non un film di esordio, ma una piccola lanterna magica che illumina il percorso dei più giovani, ricordando che Fellini è ancora un territorio vivo da esplorare.
Il percorso felliniano di Amarcort 2025 si articola però in più giorni e appuntamenti.
Mercoledì 26, alle 18, alla Cineteca di Rimini, la poetessa e studiosa Rosita Copioli terrà una masterclass che prende spunto dai materiali inediti di Fellini da lei curati: dai soggetti per gli spot televisivi a favore della lettura al trattamento de L’Olimpo. Un’occasione per esplorare, a partire dal suo volume Gli occhi di Fellini e dal lavoro di curatela, i territori meno conosciuti dell’immaginario del regista.
Giovedì 27, alle 15, sempre in Cineteca, sarà la volta della masterclass di Gérald Morin, collaboratore di Fellini negli anni Settanta e fondatore della Fondazione Fellini di Sion, a cui verrà consegnato il primo dei due premi “Un felliniano nel mondo” di quest’anno. Il secondo premio sarà attribuito allo scrittore Andrea De Carlo, aiuto regista sul set di E la nave va e regista del documentario Le facce di Fellini, girato proprio durante quella lavorazione, che verrà intervistato venerdì 28, alle 21 in Cineteca, da Nicola Bassano, già responsabile dell’Archivio Fellini della Cineteca del Comune di Rimini.
Ospitando questa selezione e questi incontri, Amarcort Film Festival rinnova il suo impegno nel custodire e rilanciare l’eredità felliniana: con il premio internazionale “Un felliniano nel mondo” e con attività di formazione e laboratori che invitano i giovani a vivere il cinema come luogo di invenzione, libertà e stupore.
Un incontro, quello tra Amarcort, il Festival Fellini e il Fellini Museum, che non guarda solo al passato ma accende una scintilla nel presente: un percorso pienamente in linea con la missione e il lavoro del museo, impegnato a mantenere vivo il dialogo tra la città, le nuove generazioni e il patrimonio cinematografico del Maestro. Il programma completo del festival qui
Il Fellini Museum attraverso l’obiettivo: un workshop fotografico
Sabato 22 novembre, dieci giovani fotografi al Fellini Museum per “Rimini. Amarcord – raccontare una città tra memoria e visione”.
Il Fellini Museum di Rimini diventa set e laboratorio di sguardi. In occasione del workshop “Rimini. Amarcord – raccontare una città tra memoria e visione”, il fotografo Giulio Di Meo conduce un gruppo di dieci studenti in un percorso di fotografia documentaria dedicato ai luoghi reali e immaginari del cinema felliniano.
Fotografo e reporter sociale da oltre vent’anni, impegnato in progetti con associazioni e ONG in Africa e America Latina e presidente della rivista di fotogiornalismo Witness Journal, Di Meo usa la fotografia come strumento di espressione, inclusione e cambiamento sociale.
Per una giornata il Fellini Museum si trasforma in un’officina di immagini: le sale del museo, le installazioni immersive e gli spazi urbani che lo circondano diventano il punto di partenza per raccontare Rimini – la città di Fellini – tra memoria e visione contemporanea. I partecipanti lavoreranno su un vero e proprio reportage, sperimentando come tradurre in immagini l’immaginario felliniano e il legame tra cinema, città e persone.
Il workshop, a numero chiuso, conferma la vocazione del Fellini Museum come luogo vivo di formazione, ricerca e produzione di nuovi sguardi: non solo spazio espositivo, ma piattaforma dove giovani autori e autrici possono misurarsi con il linguaggio del cinema e della fotografia, in dialogo con l’eredità di Federico Fellini
immagine di Giulio Di Meo
Che cosa succede quando il cinema di Federico Fellini incontra lo sguardo di chi lo giudica, lo racconta, lo traduce in parole? La storia di Fellini è anche la storia degli sguardi che lo hanno accompagnato: entusiasmi e diffidenze, esaltazioni e stroncature, letture politiche, morali, estetiche. Attorno ai suoi film si è costituito, lungo i decenni, un vero e proprio “romanzo critico”: una trama fatta di recensioni militanti e articoli di giornale, carteggi privati e dialoghi pubblici, schede di cineclub ed ephemera dimenticati, fino alle forme più recenti di discorso online.
Nel contesto ormai tradizionale degli appuntamenti annuali dedicati a Federico Fellini e ai “Fellini Studies”, FM – Fellini Museum Rimini e il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, organizzano alla Cineteca comunale di Rimini due giornate di studi (lunedì 27 e martedì 28 aprile 2026) dedicate appunto al rapporto tra Fellini e la critica.
Il convegno intende rimettere a fuoco un campo già riccamente esplorato – basti pensare ai nodi storici del confronto con la critica marxista o con quella cattolica – alla luce di nuove consapevolezze: la crescita degli studi sulla storia della critica italiana e dei suoi archivi, la progressiva emersione di fondi privati e la trasformazione degli strumenti stessi della critica (dalla pagina dei quotidiani alla televisione, fino ai social media).
L’edizione 2025 del Premio Tonino Guerra quest’anno sarà assegnato al grande regista russo Aleksandr Sokurov.
Un riconoscimento prestigioso che negli anni ha visto tra i premiati figure di rilievo internazionale come Werner Herzog, Marco Tullio Giordana e Carmen Yáñez.
Il premio anticiperà la sesta edizione del Festival “I Luoghi dell’Anima”, dedicato a Tonino Guerra
info e prenotazioni: luoghidellanimafestival@gmail.com
Ogni martedì alle 14 a ingresso libero
il Cinemino programma un film di Federico Fellini
Ogni giorno in loop viene proiettato il documentario La verità della menzogna, a cura di Gianni Canova e Chiara Lenzi (Italia 2021, 72′), prodotto da Lumière&.Co e Anteo in esclusiva per FM – Fellini Museum Rimini.
Nel trentaduesimo anniversario della scomparsa di Federico Fellini, la sua città lo ricorda con una giornata a lui dedicata.
Il Fellini Museum sarà visitabile gratuitamente:
dalle ore 16 la sede di Castel Sismondo
dalle ore 15 la sede di Palazzo del Fulgor
Alle ore 15 a Palazzo del Fulgor una proiezione speciale a ingresso libero
TOBY DAMMIT
di Federico Fellini (Italia 1968, 43′)
Il tema della morte e la rappresentazione del funerale, tra ritualità e spettacolo, nel cinema di Fellini, a trentadue anni dalla sua scomparsa (31 ottobre 1993)
Sabato 1 novembre, ore 17.00
Cinema Fulgor, ingresso libero
prenotazione consigliata qui
È un evento del progetto REEL Un viaggio cinematografico tra Italia e Croazia – InterReg 2021/2027
in collaborazione con TRA festa delle anime tra due mondi promossa da Amir
Anno: 1992
Pellicola: colore
Durata: 2 min
Produzione: Roberto Mannoni per Film Master
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Scenografia: Antonello Geleng
Musica: Nicola Piovani
Montaggio: Nino Baragli
Cast
Paolo Villaggio
Fernando Rey
Anno: 2021
Pellicola: colore
Durata: 64 min
Produzione: Verdiana e Célestes Images, in associazione con Luce Cinecittà, coprodotto con RSI, in associazione con Le 400 Coups
Distribuzione: Luce Cinecittà
Regia: Catherine McGilvray
Genere: Documentario
Fellini e l’ombra, film diretto da Catherine McGilvray, è un documentario che racconta di come l’idea di girare questo lungometraggio sia nata dall’indagine di una documentarista portoghese, Claudia De Oliveira Teixeira. Intenzionata a fare un film sul cineasta, scopre che Fellini aveva un segreto, rintracciabile nel “Libro dei Sogni” (scritto dallo stesso regista) direttamente collegato al suo cinema dei sogni e nel rapporto tra lui e il suo analista, il dottor Ernst Bernhard, che ha avuto un grande impatto sulla cinematografia felliniana, in particolare nella realizzazione di 8 ½ (1963).
Ci sono altri riferimenti nei luoghi del cuore di Fellini, dalla sua terra natia, Rimini, alla sua seconda patria, Roma, nonché nei racconti dei suoi amici e di chi ha avuto modo di conoscerlo. La scoperta di Claudia conferma che per Fellini il sogno era l’unica e autentica realtà, strettamente correlato all’analisi junghiana.
Anno: 2019
Pellicola: colore
Durata: 80 min
Produzione: Rai Cinema, Rai Teche, Aurora TV (Giannandrea Pecorelli)
Regia: Eugenio Cappuccio
Genere: Documentario
Si è detto molto su Fellini, ma è possibile ancora raccontare degli episodi sconosciuti del suo cinema, della sua vita e della sua poetica, soprattutto se si ha avuto la fortuna di lavorare con lui e di condividere la sua esperienza, come è successo a Eugenio Cappuccio, che in questo documentario ricostruisce il percorso che lo ha portato a conoscere Fellini a Rimini da adolescente e successivamente, dopo aver studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia, a collaborare sul set di Ginger e Fred. Scavando nei segni e nei percorsi che il ricchissimo repertorio televisivo della Rai può fornire, il film si arricchisce di numerose testimonianze originali di chi ha collaborato con Fellini. Così, partendo da Rimini, Eugenio Cappuccio si lancia verso nuove scoperte del mai completamente svelato ‘mondo segreto’ di Fellini.
Anno: 2020
Pellicola: colore
Durata: 100 min
Produzione: Mad Entertainment con Rai Cinema
Distribuzione: Nexo Digital
Regia: Anselma Dell’Olio
Genere: Documentario
Il documentario che racconta, per la prima volta, “il mondo non visto”, spirituale e soprannaturale di Federico Fellini attraverso straordinari materiali d’archivio di Rai Teche e Istituto Luce, immagini dei suoi film e interviste esclusive. A cento anni dalla nascita del Maestro, nato a Rimini il 20 gennaio 1920, il documentario indaga in profondità la sua passione per quello che lui definiva, in breve, il mistero, l’esoterico, in una ricerca incessante di altre possibilità, altre dimensioni, altri viaggi e di tutto quello che può far volare lo spirito e la mente. A raccontare il mondo magico di Fellini tante voci, dalla cartomante che Fellini consultava sempre a Terry Gilliam, da Giuditta Mascioscia, la sensitiva amica di Gustavo Rol al regista Damien Chazelle, dai collaboratori e amici più stretti di Fellini a registi come William Friedkin.
Anno: 2022
Pellicola: colore
Durata: 88 min
Produzione: Ubulibri, RAI Cinema
Regia: Greta De Lazzaris, Jacopo Quadri
Genere: Documentario
Daria si sposa, Antonio è testimone. Sono una coppia artistica. Da anni abitano nella stessa palazzina, ora lei trasloca in un altro quartiere. Cominciano a lavorare a un nuovo progetto ispirato al Ginger e Fred di Federico Fellini. Con loro Emanuele, Monica, Francesco, Martina, Andrea. Si comincia dalle lezioni di tip tap, la drammaturgia viene scritta giorno per giorno, provando nei teatri svuotati dalla pandemia, a Roma, a Rimini e in Francia. Tra i dubbi, nell’euforia creativa, i nostri attori finiscono per assomigliare sempre di più a un gruppo di naufraghi, in uno spaesamento dove si mescola continuamente la vita reale con lo spettacolo che sta forse prendendo forma.
Anno: 1969
Pellicola: colore
Durata: 138 min
Produzione: P.E.A. (Roma), Les – Productions Artistes Associeés (Paris)
Distribuzione: P.E.A. (Roma)
Visto censura: 5455603/09/1969
Due giovani romani, Ascilto ed Encolpio, sonno innamorati dell’efebo Gitone. Ascilto lo “ruba” ad Encolpio e lo vende a Vernacchio, attore di scurrili pantomime. Encolpio riesce e riprendersi Gitone, e con lui si rifugia in un palazzo, dimora di viziosi. Arriva anche Ascilto, e Gitone rivela che è lui il “preferito”. Encolpio immagina il suicidio, ma un terremoto distrugge il palazzo. Scampato il pericolo, Encolpio incontra il vecchio poeta Eumolpo che lo accompagna da Trimalcione, uno schiavo liberato e arricchito. Durante la festa nella sua villa, il poeta viene bastonato a sangue, e Trimalcione si fa vanto di mostrare la sua tomba. Encolpio, fatto schiavo, sulla nave del pirata Lica ritrova Gitone e Ascilto. Sconfitto in duello da Lica Encolpio è costretto a sposarlo. Le peripezie dei tre continuano: Encolpio diventa impotente, viene curato con il fuoco sacro di Enotea, si batte con il Minotauro. Poi, quando Ascilto muore, si imbarca sulla nave di Eumolpo, diretta in Africa, e rifiuta – alla morte del vecchio poeta – di cibarsi delle sue membra, rinunciando cos’ a divenirne erede.
Cast tecnico
Cast
Premi
Curiosità
Critiche
Anno: 1970
Pellicola: colore
Durata: 93 min
Produzione: Rai – Radio Televisione Italiana (Italia) – O.R.T.F. (Francia) – Bavaria Film (R.F.T.) Compagnia Leone cinematografica
Distribuzione: Italnoleggio
Visto censura: 5707217/10/1970
Cast tecnico
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Scenografia: Antonello Geleng
Musica: Nicola Piovani
Montaggio: Nino Baragli
Cast
Paolo Villaggio
Fernando Rey
Ellen Rossi Stuart
Fellini sta girando a Cinecittà un film tratto da America, il romanzo di Kafka. Incalzato dalle domande di giornalisti giapponesi il regista racconta la sua prima visita, nel 1940, agli studi romani; era anche lui un giornalista, agli esordi, venuto a Cinecittà per intervistare una diva famosa. I ricordi di Fellini (gerarchi in orbace, il tranvetto azzurro per Cinecittà che attraversa la campagna romana, gli elefanti imperiali, gli indiani, ecc.) si affollano e si intrecciano con le domande dei suoi frenetici intervistatori, che filmano tutto. Ecco il giovane Fellini che finalmente intervista la diva, e intanto il suo aiuto regista attuale è in cerca di volti nuovi nella metropolitana. Poi arriva la polizia, avvertita da una telefonata della presenza di una bomba; quindi entra in scena Marcello Mastroianni con indosso il frac di Mandrake. E la bacchetta magica di questi farà apparire le immagini della Dolce vita, tra gli applausi dei presenti e le lacrime di Anita Ekberg. Il giorno dopo si riprende a girare America, ma un uragano interrompe le riprese. Una banda di indiani attacca Cinecittà con antenne tv come lance. Le riprese del film terminano, e tutti si salutano augurandosi buon Natale.
Cast tecnico
Segretario di produzione: Mario Mearelli
Cast
Antonello Zanini: il “Chiodo” e tutta la troupe del film
Premi
Nomination César per il miglior film
Curiosità
(Fellini. Raccontando di me, conversazioni con Costanzo Costantini, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 199)
Critiche
Una seconda lettura del film ci conferma nell’impressione che ricavammo a Cannes. Intervista è il frutto singolare di un coscienzioso Fellini che, vuoi per l’umor nero che da tempo lo accompagna (giustificato dal crescere degli anni e dal rancore verso la TV con cui è pur costretto a convivere), vuoi per il frangersi del respiro creativo, ripercorre i mille spunti buffi e dolenti della sua mitologia e ci scherza su per esorcizzarne i ricatti, identificandosi con una Cinecittà mai così compiutamente evocata come fabbrica di cialtronate e di poesia.
E’ stato detto che Intervista è Otto e mezzo con Fellini in persona al posto di Mastroianni, tanti pasticci sentimentali in meno, tanta saggezza in più. Ma è la saggezza di un vecchio clown, capace ormai di “sorridere alla vita e di ogni suo contenuto” (per dirle con le parole di un altro emulo di Charlot, Zeno Cosini). Federico sorride alla solerzia con cui i giapponesi si impegnano a carpirgli l’ultima verità; sorride al limite della lacrima sull’invecchiamento (a bella posta esagerato) di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg paragonati alle loro immagini carismatiche in La dolce vita, sorride degli incidenti che costellano la lavorazione del film. Ma, sotto sotto, sorride anche di noi che prendiamo tutte queste sue fantasie per verità assoluta. Intervista è la pagina di un diario apocrifo intriso di sentimenti reali: il sentimento del tempo che cambia, la minaccia di un futuro imbarbarito (televisione uguale assalto degli indiani), l’indecifrabilità di un passato squallido (il fascismo e il suo cinema) o mitizzato (la giovinezza).
Intervista è una superba lezione di cinema. Lo è in tutti i sensi: per l’uso magistrale dei mezzi espressivi del cinema, ma anche per quello che il cinema è, in quanto tale (nel suo farsi, nel suo progettarsi, come sedimento della memoria e anche come “morte al lavoro”). Cinema nel suo farsi perché coloro che lo fanno, come abbiamo detto, come costantemente dietro e davanti la macchina da presa; cinema nel suo progettarsi, perché Fellini pensa e fa i provini per un ipotetico film futuro ispirato ad America di Kafka; cinema come sedimento della memoria, poiché Fellini rivive la chiave deliberatamente fantastica e menzognera la prima volta che egli da giornalista si recò a Cinecittà; cinema come “morte al lavoro”, perché, mai come qui, precisamente nella folgorante, ma anche straziante, rimpatriata di Fellini e Mastroianni con la Ekberg, l’”Anitona” di La dolce vita, si sperimenta su un piano addirittura fisico la verità del vecchio detto, attribuito a Cocteau.
Per capire e amare Intervista, e intenderne i limiti come conviene, basta conoscere la sua genesi produttiva: nato come programma televisivo, è diventato un tv-movie e, infine, un film-film per le sale, come se a Fellini fosse cresciuto tra le mani. E’ un piccolo film, in un certo senso, ma di quale grazia e garbo e brio. Certo che si può dire: lo si è già visto. Ma è anche ingeneroso dirlo se si pensa al piacere che dà. Può dirlo soltanto chi non ha saputo, o voluto, abbandonarsi al suo ritmo festoso, alla sua natura di film che cresce su se stesso come per partenogenesi, all’avvicendarsi di malinconia e allegria, di disarmata sincerità e impudico gioco di prestidigitazione, al disordine sapientemente organizzato, alla sua serenità armoniosa anche se lievemente triste, quella di un cineasta che ormai non ha più bisogno di dimostrare il suo talento o di giustificare le proprie feconde contraddizioni.
Visto censura: 81020 30/10/1985
Alla stazione Termini scende Amelia, ex ballerina soprannominata “Ginger”, vedova e proprietaria di una piccola industria. Deve apparire in televisione per ballare, trent’anni dopo, col suo vecchio partner Pippo, in arte “Fred”. E’ il periodo natalizio, c’è una grande confusione. Ginger sale su un pulmino dove incontra strani personaggi; arriva in un grande albergo dove tutto il personale è davanti alla tv, preso da una partita di calcio. Fred non è ancora arrivato, e Ginger scende in strada, dove viene circondata da un gruppo di motociclisti minacciosi. Torna in stanza, sente russare e scopre che è Fred, invecchiato, ridotto a malpartito, che ha accettato di partecipare allo show soltanto per soldi. I due vorrebbero almeno provare il loro vecchio numero, ma non ci riescono per il bailamme degli strani personaggi, ospiti, come loro, della trasmissione Ed ecco a voi. Alla fine ci riescono ma è un disastro. Solo i complimenti del presidente della tv li convincono a partecipare allo spettacolo: quando tocca a loro è un successo. Alla stazione, nel momento della partenza, vengono riconosciuti e firmano autografi. Poi, dopo che Fred ottiene un po’ di soldi in prestito da Ginger, si separano. Lei parte. Le luci dei binari si spengono e resta solo la tv con i suoi martellanti spot pubblicitari.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Critiche
Visto censura: 79229 31/10/1983
Un transatlantico, Gloria N., è pronto a salpare. Siamo nel porto di Napoli, è il luglio del 1914. Intorno al molo una folla di scugnizzi e venditori ambulanti, mentre in fretta giungono i passeggeri per imbarcarsi. Arrivano anche le ceneri di una famosa cantante, Edmea Tetua; è per spargere queste in mare che è stata organizzata la crociera verso Erimo. A bordo c’è anche un giornalista, Orlando, che intrattiene i passeggeri, in gran parte cantanti, direttori d’orchestra, ammiratori di Edmea. Una cantante vuole carpire i segreti della sua bravura; un nobile italiano trasforma la sua cabina in un tempio dedicato ad Edmea. Dalla stiva sale il fetore insopportabile di un rinoceronte, che poi viene issato sul ponte e lavato. Vengono raccolti naufraghi serbi fuggiti dopo l’attentato di Sarajevo. La vita a bordo si anima, finché giunti in vista di Erimo le ceneri di Edmea sono sparse in mare. Un serbo lancia una bomba contro una nave da guerra austro ungarica e questa cannoneggia la Gloria N. che affonda; anche l’ammiraglia austro ungarica cola a picco esplodendo. Il giornalista Orlando si ritrova su una scialuppa di salvataggio assieme al rinoceronte, che rumina placidamente.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Adattamento dei dialoghi italiani: Roberto De Leonardis
Cast
Bruno Beccaria: Tenore serbo cantante
Premi
Premio Sant Jordi per il miglior film straniero
Curiosità
(Fellini. Raccontando di me, conversazioni con Costanzo Costantini, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp. 182-185)
Critiche
(Tullio Keich “La Repubblica”, 7 ottobre 1983)
Un treno attraversa la campagna: in uno scompartimento sonnecchia Snàporaz, un distinto cinquantenne. Appare un’avvenente sconosciuta e l’uomo la segue. Nella toilette i due iniziano a flirtare, poi la donna scende all’improvviso dal treno, in un paesaggio misterioso. E dietro lei, Snàporaz. Al Grand Hotel Miramare si sta svolgendo un convegno internazionale di femministe. Mentre continua la ricerca della misteriosa passeggera, Snàporaz, scambiato per un giornalista, viene aggredito. Salvato da una soubrette sui pattini, nella fuga scivola per le scale e piomba nelle cantine, dove incontra un donnone che, in moto, lo accompagna alla stazione; la virago, non appena si trovano in aperta campagna, cerca di violentarlo. E Snàporaz fugge ancora inseguito da donne inferocite. Si rifugia nel castello del dottor Katzone, suo ex compagno di scuola intento a festeggiare la sua carriera di libertino. Qui incontra sua moglie che, ubriaca, lo copre di insulti, e la soubrettina salvatrice. Dopo aver ripercorso alcune tappe della sua educazione sentimentale, viene catturato dalle femministe. La sua mongolfiera dalle forme di donna viene sgonfiata a colpi di mitra. Mentre sta precipitando, Snàporaz si risveglia in treno, seduto davanti alla moglie, poco prima che il convoglio imbocchi un lungo tunnel.
Cast tecnico
Cast
Premi
Curiosità
Critiche
(Tullio Kezich, Il nuovissimo Millefilm. Cinque anni al cinema 1977-1982, Il Formichiere, Milano, 1983)
(Giorgio Carbone, “La Notte”, Milano, 29 marzo 1980)
(Angelo Solmi, “Oggi”, 18 aprile 1980)
All’interno di un antico oratorio si svolgono le prove di un concerto sinfonico. Gli strumentisti arrivano a gruppetti e prendono posto. Ci sono anche, in un angolo, i rappresentanti sindacali. Un giornalista televisivo intervista i musicisti: ognuno parla del suo strumento e delle sue esperienze. All’arrivo del maestro, che si esprime con spiccato accento tedesco, la prova inizia con calma. Poi all’improvviso si interrompe per le proteste degli orchestrali. Il direttore abbandona la sala per il suo camerino dove lo segue il giornalista per intervistarlo. Intanto nell’oratorio è la rivoluzione: tutto viene contestato, dal direttore agli spartiti; l’anarchia e il disordine regnano, con le pareti imbrattate da scritte e simboli di rivolta. D’un tratto l’edificio inizia a tremare, scosso da colpi sempre più forti finché una gigantesca palla di acciaio non sfonda i muri, e nel crollo muore l’arpista. Dopo momenti di confusione e grida di terrore torna il silenzio e la prova riprende. Di nuovo sul podio, il direttore d’orchestra impartisce i suoi ordini, come un dittatore.
Cast tecnico
Delegato RAI alla produzione: Fabio Storelli
Cast
Federico Fellini: voce dell’intervistatore
Premi
Curiosità
Critiche
E’ un film sconvolgente. Se ne possono fare differenti letture. Esse sono tutte vere, contemporanee, uguali. Voglio dire che non si può stabilire alcuna gerarchia tra la parabola sull’attuale caos politico italiano (ed il suo posto nell’attuale squilibrio planetario), la riflessione sul ruolo dei mezzi di comunicazione, la meditazione metafisica sulla funzione dell’uomo nella società, la sua necessità, il suo divenire, il suo rapporto con la creazione […] Ciò di cui certamente Fellini ci parla è della musica. Vale a dire dell’arte, della creazione, del mezzo per andare al di là dell’effimero, della morte, della banalità. Ciò che Fellini ci dice è che la mediocrità è insopportabile. Perché limitare la portata del film alla sua dimensione analizzabile, logica, parabolica, non vuol dir nulla. Prova d’orchestra è un grido straziante, metà appello e metà stigmatizzazione; è in ogni caso, e sotterraneamente, un grido di speranza. Poiché Fellini, malgrado la contraddizione dolorosa e commovente degli ultimi minuti, non ha mai smesso di sperare.
Come tutto il Fellini televisivo da Block-notes di un regista a I clowns, ha una leggerezza di tocco e una capacità di sintesi ormai difficili da trovare nelle opere maggiori. Nei ritratti degli orchestrali si conferma l’estro dell’antico caricaturista, ma esaltato in una dimensione gogoliana, mentre la figura del direttore è in parte l’occasione di uno sfogo autobiografico, in parte un’autocritica spinta al paradosso (dopo un ispirato discorso di impronta junghiana sulla necessità di suonare bene il proprio strumento, il personaggio spara una serie di ordini in tedesco). Nell’insieme il film, padroneggiato con superiore bravura, è un saggio genialmente contraddittorio: divertente e tristissimo, positivo e disperato, cattivante e stizzoso.
A un certo punto, nel momento di massima degradazione (e questo è detto in termini di strutture non di valori estetici: infatti sono probabilmente i momenti migliori del film) interviene il famoso maglio di ferro, preludio all’avvento di un nuovo ordine. Della Rivoluzione, della Restaurazione, della Provvidenza? No, è solo il simbolo di se stesso, il simbolo del simbolico. Nel momento della deriva, quando più nulla è codificato, si afferma l’ipotesi di un ritorno all’ordine del simbolico, ai linguaggi della certezza, alla compattezza, ferrea, dell’opera. Assieme alla grande palla di ferro è il cinema che rientra nella televisione, portandovi i suoi effetti speciali, le sue nuvole di fumo, le sue scenografie da studio, il fantastico, le forti emozioni, tutto ciò che il cinema può fare ma non la TV. E’ il cinema “per” la TV, è l’orchestra che ricomincia a suonare.
Durante il carnevale di Venezia Giacomo Casanova accetta di mostrare la sua valentia amorosa con suor Maddalena e compiacere così l’amante guardone della donna, l’ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall’Inquisizione con l’accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d’Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell’immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore. Fra i suoi amori c’è quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e lo abbandona. A Roma partecipa a una gara amatoria con un pololano, vincendola. A Roma incontra anche il Papa e la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, l’impiego come bibliotecario, il suo fascino svanito, l’oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano.
Cast tecnico
Segretario di produzione: Titti Pesaro, Luciano Bonomi
Cast
Premi
Curiosità
“In un primo momento avevo pensato di affidare il ruolo di Casanova a Gian Maria Volonté. Sarebbe stato giovevole all’attore italiano, dopo tante figure tormentate che avevano fatto fare un balzo in avanti all’umanità, interpretare un personaggio destinato, per contro, a farle fare un balzo indietro, ma i successivi rinvii avevano portato a una rottura dei contratti. Avevo così affidato il ruolo di Casanova a Donald Sutherland, un candelone spermatico dall’occhio del masturbatore, quanto di più lontano si potesse immaginare da un avventuriero e dongiovanni come Casanova, ma un attore serio, preparato, professionale”.
(Fellini. Raccontando di me, conversazioni con Costanzo Costantini, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 138)
Critiche
(Mauro Manciotti, “Il Secolo XIX”, 22 dicembre 1976)
(Morando Morandini, “Il Giorno”, 11 dicembre 1976)
(Tullio Kezich, “La Repubblica”, 11 dicembre 1976)
E’ notte, c’è la luna piena. Ivo Salvini è attratto da una voce; si affaccia a un pozzo, poi un gruppo di uomini che attraversa la campagna lo incuriosisce. Li segue e assiste da dietro le persiane allo spogliarello della zia di uno di loro. Questi si accorge della sua presenza e lo caccia perché non ha pagato. Arriva un amico di Ivo e insieme se ne vanno. Seguono strani incontri, e in uno di questi la nonna di Ivo gli dice che “ricordare è bello, più che vivere”. In un’altra notte, di pioggia, Ivo riesce a contemplare il volto della sua amata mentre dorme finché questa, svegliatasi, lo caccia via. La mattina dopo nella piazza del paese c’è grande confusione di venditori ambulanti e frotte di turisti giapponesi che fotografano tutto. Ivo si rifugia su un tetto, la folla pensa che voglia suicidarsi, poi i vigili del fuoco lo salvano. Intanto i fratelli Micheluzzi cercano di catturare la luna, che si dice dia ordini a piccoli diavoli sulla terra. Ci riescono, e tutto il paese vuole vedere la luna prigioniera. E’ la televisione, su un grande schermo, che proietta le immagini. Un uomo gli spara, e lo schermo si spegne. Allora la piazza si svuota e Ivo, rimasto solo, ascolta la luna.
Cast tecnico
Ispettore di produzione: Piero Spadoni, Nicola Mastrolilli
Cast
Premi
Curiosità
Critiche
(Morando Morandini “Il Giorno”, 1 febbraio 1990)
La dimensione privilegiata che Fellini sceglie per stilizzare, anche in forme e modi eccentrici, la sua amarissima favola si condensa, peraltro, nel cerchio un po’ magico, un po’ falso d’un archetipico “paese” rappresentativo per sé solo di antiche e oggi sconosciute dolcezze, come dei guasti, della degradazione irresponsabile del consumismo imperante. In simile universo, costantemente dislocato al di sopra o al di fuori di qualsiasi razionale concezione della vita, del mondo, soltanto l’estro saturnino, interamente innocente dei puri di spirito e di cuore – come Salvini, appunto – potrà, forse, riscoprire il latte dell’umana bontà, dell’amore sincero e appassionato, della poesia nativa dei “matti beati”. Tali sono e restano, incorrotti e semplici, il già ricordato Salvini, folle d’amore (non corrisposto) per la fatua Aldina, e l’impettito, megalomane ex prefetto Gonnella, cui l’estromissione dal potere, dal comando mette addosso la geniale smania di negare, a sua volta, ogni cosa, ogni persona presuma di essere, di rappresentare la realtà. Torno torno a simili oblique e ubique ossessioni si muove, per di più, un campionario umano di frustrati, di relitti, di detriti che soltanto nel loro irriducibile, autoillusorio vitalismo cercano di trovare alibi, giustificazione ad un’esistenza vissuta, patita, si direbbe, allo sbando. Beninteso, nonostante questi aspetti angosciosi, il lucido, impietoso apologo felliniano non indugia, né indulge, quasi mai alle coloriture deprimenti. Anzi. Ne La voce della Luna, come in tant’altri film del cineasta riminese, la girandola vorticosa di gags, di paradossi e di parossismi tocca il vertice della prodigiosa maestria e della più surreale esilarazione, pur se la vena sotterranea del film è e rimane acutamente tragica. (Sauro Borelli “L’Unità”, 2 febbraio 1990)
La voce della Luna è una delle più affascinanti e poetiche avventure di Federico Fellini; attraverso sorrisi e buffonerie, una visione del mondo inquietante, disillusa e straziante. Fra leggende, favole e bizzarrie, Fellini ripropone tutto il suo sterminato universo di simboli, memorie, invenzioni: senza mai cadere nel “già visto”, nell’autocitazione, in filigrana si ritrovano, dalla prima all’ultima, tutte le opere del Maestro. Ma in quest’ultimo capolavoro, Fellini filtra ogni stilema, ne ripropone altri di grande originalità, svela una immaginazione intatta e sempre più feconda: con un caleidoscopio di caratteri in cui dolce e amaro, umorismo e malinconia, esuberanza e raffinatezza psicologica, sogni d’evasione e analisi spietate, acutezza di osservazione e varietà di temi, trame sottilissime, si rinnovano in un vorticoso carosello fantastico, ricco di sequenze memorabili. Astratto e fiabesco, irreale e magico, ilare e grottesco, La voce della Luna parla dei miti e dei riti di oggi (la televisione, i fast-food, le discoteche…); si rifugia nel sogno di ieri (la Bassa Padana, l’affabilità emiliano-romagnola, le fiere di paese, la festa del gnocco con Miss Farina, le cascine, le beffe…); si dispiega oltre la cortina effimera e rumorosa del presente. Se Amarcord era il “villaggio totale” della memoria, La voce della Luna è il rifugio ultimo contro le intemperie del mondo contemporaneo. Un film leopardiano, casto e candido come i versi del poeta.
Visto censura: 59913 08/03/1972
Primi anni trenta: a Rimini, un ragazzo ospite di un collegio di religiosi immagina Roma descritta dai suoi insegnanti e dalla retorica del regime fascista. Nel 1939, a venti anni, parte per la capitale e scopre il suo vero volto: i piccoli personaggi di una pensione popolare, le trattorie all’aperto, i bambini nelle strade. Poi si passa al 1972, agli ingorghi del raccordo anulare, con Fellini che gira un film in una città colma di turisti, tra i giovani che lo rimproverano per il suo disinteresse per la politica. Torna alla memoria l’immagine di un teatrino d’avanspettacolo rionale, con il pubblico vociante in fuga per un allarme aereo. Poi la scena si sposta nella galleria della metropolitana in costruzione, quando la scoperta di reperti archeologici fa sospendere i lavori. Quindi gli hippie di Piazza di Spagna, e la fauna variegata dei frequentatori, ricordo ormai lontano, dei bordelli degli anni quaranta. C’è anche una sfilata di moda ecclesiastica, la “festa de noantri” a Trastevere, la confusione generale, con la polizia che manganella e i motociclisti rombanti nella notte.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura: Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Fotografia: Giuseppe Maccari (Technicolor)
Aiuto operatore: Pietro Servo
Assistente operatore: Roberto Aristarco, Michele Picciaredda
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Carlo Savina
Ideazione scenografia: Federico Fellini
Scenografia: Danilo Donati
Costumi: Danilo Donati
Aiuto scenografia: Giorgio Giovannini, Ferdinando Giovannoni
Arredamento: Andrea Fantacci
Assistente costumista: Romano Massara, Rita Giacchero
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Assistente al montaggio: Adriana Olasio, Leda Bellini
Aiuto regia: Maurizio Mein
Assistente alla regia: Paolo Pietrangeli, Tonino Antonucci
Effetti speciali: Adriano Pischiutta
Trucco: Rino Carboni
Acconciature: Amalia Paoletti
Segretario di edizione: Norma Giacchero
Mixage: Renato Caduer
Coreografia: Gino Landi
Affreschi e ritratti: Rinaldo Geleng, Antonello Geleng, Giuliano Geleng
Organizzazione generale: Danilo Marciani
Direttore di produzione: Lamberto Pippia
Ispettore di produzione: Alessandro Gori, Fernando Rossi, Alessandro Sarti
Cast
Marcello Mastroianni : intervistato
Anna Magnani : intervistato
Gore Vidal : intervistato
John Francis Lane : intervistato
Alberto Sordi : intervistato
Peter Gonzales : Fellini a diciott’anni
Fiona Florence : Dolores giovane prostituta
Marne Maitland : guida alla catacombe
Britta Barnes
Pia De Doses : la principessa
Renato Giovannoli
Elisa Mainardi
Paule Riut
Paola Natale
Marcelle Ginette Bron
Mario Del Vago
Alfredo Adami
Stefano Mayore
Gudrun Mardou Khiess
Giovanni Serboli
Angela De Leo
Libero Frissi
Dante Cleri : un padre di famiglia
Mimmo Poli : un avventore
Galliano Sbarra : presentatore avanspettacolo
Alvaro Vitali : si esibisce al teatro Jovinelli
Norma Giacchero : intervistatrice di Mastroianni
Federico Fellini : se stesso
Premi
1972
Festival de Cannes: Gran Premio della tecnica al film
1973
Premio della critica SFCC (Le Syndicat Français de la Critique de Cinéma) per il miglior film straniero
Nomination BAFTA (British Academy of Film and Television Arts Awards) per la miglior scenografia
Curiosità
“Ma ecco che qualche cosa di misterioso, un’inconscia e invincibile suggestione, sembrò neutralizzare tutto quell’apparato di irriverente spettacolarità: la troupe, una troupe romana di cinema, ossia la miscela più inattaccabile di burbanza pretoriana e sonnolento scetticismo, che non si scompone per organica refrattarietà né davanti a miracoli né a catastrofi, al momento dell’apparizione del papa, concepita come una specie di immacolata, candida, sfavillante epifania, incorniciata dentro una grande trina di oro rilucente e contro una ruota sfolgorante che dietro la sua figura emanava bagliori di luce intensissima e raggiante, si fece via via sempre più silenziosa. Solo vocii smorzati, parole sussurrate, bisbigli. […] La figura del papa, così ieratica e irraggiungibile, così sontuosamente e disumanamente regale, agiva con la forza occulta dell’archetipo, imponendoci anche nell’artificio una specie di ipnotica, incantata soggezione. La suggestione insomma era più forte della consapevolezza che eravamo stati noi a crearla, a trasmetterla, a suscitarla”. (Federico Fellini, Un regista a Cinecittà, Mondadori, Milano, 1988, pp.100-105)
“Insomma, l’impressione riassuntiva di questa città è una: l’ignoranza. Roma è abitata da un ignorante che non vuole essere disturbato e che è il più esatto prodotto della Chiesa. Un ignorante che vuol bene alla famiglia. Questo tipo d’uomo è talmente incancrenito nella propria condizione secolare da credere che si debba e si possa vivere solo così. Un grottesco bambinone che ha la soddisfazione di essere continuamente sculacciato dal papa. […] lo sguardo basso, sonnolento, rinunciatario, non approvante; non ha curiosità, oppure non crede che la curiosità serva a qualcosa. Può darsi che questo sia il volto dell’estrema decrepitezza, di chi ha digerito tutto ed è stato a sua volta digerito, è diventato escremento, esaurimento totale di tutte le esperienze e ritorno alla terra, concime. Questa particolare atmosfera nasce dal fatto che il babbo romano, la mamma romana, hanno sempre qualcosa di baliatico, sanno di pipì, della tua pipì di quand’eri bambino. Il romano, in realtà, non fa complimenti leziosi al bambino: ‘Un vedi che bella faccia, sembra un culo’, dice”. (Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 146)
Critiche
“Davanti a questo film magmatico bisogna saper subito di non dovervi cercare solo Roma, ma forse soprattutto Fellini: il Fellini di oggi […] Le muse felliniane sono qui la memoria (la rievocazione di Roma durante la guerra) e la deformazione fantastica (il grande raccordo anulare visto come l’anticamera dell’inferno o forse addirittura come la sua bolgia più dannata). In questi episodi […] Fellini porge la misura del suo immenso talento, cioè della sua forza nell’evocare e nel rappresentare, forzando e modificando. Qui la realtà felliniana […] prende il posto della realtà, diventa la realtà […] Più si sente lo sforzo del regista nel coordinare, e più tale sforzo appare artificioso e velleitario. Meglio, allora, seguire il film, indipendentemente dalla fatica unitaria di Fellini, come una serie di quadri a sé stanti, lasciando allo spettatore il compito di sentirli unificati nel fluire di un discorso sotterraneo continuativo e coerente. Da un simile approccio il film non ci perde, anzi ci guadagna. Bisogna lasciare il film disperdersi in tanti rivoli per poi, a distanza, percepire la tensione unitaria di questo disordine (Sergio Frosali, “La Nazione”, 17 marzo 1972)
Sequenze come quelle dell’autostrada, delle case di tolleranza, del défilé ecclesiastico sono cinema allo stato puro, prorompente, esemplare. Quello stile che mescola la cronaca finta ai ricordi inventati tocca, in più momenti, la poesia: in altri s’impone con una furia barocca che si sposa, maliziosamente, con il gusto del kitsch, del deformato, dell’orrido; ed anche se, qua e là potrebbe tendere a più meditati equilibri, raggiunge sempre, egualmente, i risultati voluti. In una féerie che alterna gli incubi di Bosch, ai neri orrori di Goya, ai graffi sferzanti di Grosz. (Gian Luigi Rondi, “Il Tempo”, 19 marzo 1972)
L’infanzia romagnola, l’arrivo del provinciale alla stazione Termini, la pensione, le mangiate in trattoria, l’avanspettacolo, le case di tolleranza sono pagine di virtuosismo stilistico travolgente che ricorda Carlo Emilio Gadda. Ma anche sul versante moderno Roma riserva grosse emozioni, come l’agghiacciante sequenza del raccordo anulare e il finale con i motociclisti lanciati a piena velocità fra le rovine e gli antichi palazzi. Ha certi difetti: la casualità della struttura, la fragilità dei raccordi, qualche episodio più sfocato e caricaturale (il defilé ecclesiastico). Ma è un altro affascinante frutto dell’operosità di uno dei maggiori artisti d’oggi. (Tullio Kezich, ” Il mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977″, volume secondo, Il Formichiere, Milano, 1977)
Anno: 1973
Pellicola: colore
Durata: 127 min
Produzione: F.C. Produzioni (Roma), P.E.C.F. (Paris)
Distribuzione: Dear International
Visto censura: 6369915/12/1973
Nella Rimini degli anni trenta l’adolescente Titta cresce fra educazione cattolica e retorica fascista. Suo padre, Aurelio, è un capomastro anarchico e antifascista: sulle sue spalle oltre i due figli, la moglie e l’anziano padre, piuttosto arzillo, vive anche il cognato sbruffone e perdigiorno, lo zio “Pataca”. Suo fratello Teo è invece chiuso in manicomio. La cittadina è popolata da personaggi singolari, come Volpina la ninfomane, Giudizio il matto, Biscein il fanfarone, l’avvocato dalla retorica facile, il motociclista esibizionista, il cieco che suona la fisarmonica. Titta frequenta il liceo cittadino, dove le interrogazioni si alternano agli scherzi a insegnanti e compagni. La sua vita erotico-sentimentale si divide fra l’inarrivabile Gradisca, i grossi seni della tabaccaia e i balli d’estate al Grand Hotel spiati da dietro le siepi. Con il borgo condivide il trascorrere delle stagioni, con i fuochi per festeggiare l’arrivo della primavera, e gli eventi, il passaggio della Mille Miglia e quello del transatlantico Rex, la visita del gerarca fascista e il nevone. La morte della madre e il matrimonio di Gradisca segnano la fine della sua adolescenza.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Tonino Guerra, da un’idea di Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Operatore: Giuseppe Maccari
Aiuto operatore: Massimo Di Venanzo, Roberto Aristarco
Musica: Nino Rot
Direttore d’orchestra: Carlo Savina
Ideazione scenografia: Federico Fellini
Scenografia: Danilo Donati
Costumi: Danilo Donati
Architetto: Giorgio Giovannini
Collaboratore alla scenografia: Antonello Geleng, Massimo Geleng
Assistente costumista: Rita Giacchero, Aldo Giuliani
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Assistente al montaggio: Adriana Olasio
Suono: Oscar De Arcangelis
Segretario di edizione: Norma Giacchero
Aiuto regia: Maurizio Mein
Assistente alla regia: Liliana Betti, Gerald Morin, Mario Garriba
Trucco: Rino Carboni
Effetti speciali: Adriano Pischiutta
Acconciature: Amalia Paoletti
Arredamento: Andrea Fantacci
Pittore scenografo: Italo Tomassi
Produttore: Franco Cristaldi
Direttore di produzione: Lamberto Pippia
Ispettore di produzione: Alessandro Gori, Gilberto Scarpellini
Cast
Bruno Zanin : Titta
Pupella Maggio : Miranda la madre di Titta
Armando Brancia : Aurelio il padre di Titta
Stefano Proietti : Oliva il fratello di Titta
Giuseppe Lanigro : il nonno di Titta
Nandino Orfei : il “pataca” zio di Titta
Ciccio Ingrassia : Teo lo zio matto
Carla Mora : Gina la cameriera
Magali Noël : la Gradisca
Luigi Rossi : l’avvocato
Maria Antonella Beluzzi : la tabaccaia
Josiane Tanzilli : la “Volpina”
Domenico Pertica : il cieco di Cantarel
Antonino Faà di Bruno : il Conte di Lovignano
Carmela Eusepi : la figlia il Conte di Lovignano
Gennaro Ombra : Biscein
Gianfilippo Carcano : Don Balosa
Francesco Maselli : Bongioanni il professore di scienze
Dina Adorni : signorina De Leonardis la professoressa di matematica
Francesco Vona : Candela
Bruno Lenzi : Gigliozzi
Lino Patruno : Bobo
Armando Villella : Fighetta il professore di greco
Francesco Magno : il preside Zeus
Gianfranco Marrocco : il ragazzo Conte Portavo
Fausto Signoretti : il vetturino Madonna
Donatella Gambini : Aldina Cordini
Fides Stagni : la professoressa di belle arti
Fredo Pistoni : Colonia
Marcello Di Falco : il Principe
Bruno Scagnetti : Ovo
Alvaro Vitali : Naso
Ferdinando De Felice : Cicco
Premi
1974
Oscar per miglior film straniero
Nastro d’argento per miglior regia
Nastro d’argento per miglior soggetto originale
Nomination Oscar per miglior regia
Premio Bodil (Copenaghen) per il miglior film europeo
Premio NYFCC (New York Film Critics Circle) per il miglior film e per la miglior regia
Premio della critica SFCC (Le Syndicat Français de la Critique de Cinéma) per il miglior film straniero
Premio Kinema Jumpo (Tokyo) per la regia del miglior film straniero
1975
Nastro d’argento per miglior sceneggiatura originale
David di Donatello per miglior regia
Nomination Oscar per migliori soggetto e sceneggiatura originali
Curiosità
“Non è la memoria che domina i miei film. Dire che i miei film sono autobiografici è una disinvolta fregnaccia. Io la mia vita me la sono inventata. L’ho inventata apposta per lo schermo. Prima di girare il primo film non ho fatto altro che prepararmi a diventare alto e grosso abbastanza e a caricarmi di tutta l’energia necessaria per arrivare un giorno a dire ‘azione!’. Ho vissuto per scoprire e creare un regista: niente altro. E di niente altro ho memoria, pur passando per uno che vive la sua vita espressiva sui grandi magazzini della memoria. Non è vero niente. Nel senso dell’aneddoto, di autobiografico, nei miei film non c’è nulla. C’è invece la testimonianza di una certa stagione che ho vissuto. In tal senso, allora sì, che i miei film sono autobiografici: ma allo stesso modo in cui ogni libro, ogni verso di poeta, ogni colore messo su tela, è autobiografico”. (Federico Fellini in “Il film “Amarcord” di Federico Fellini, a cura di Gianfranco Angelucci e Liliana Betti, Cappelli, Bologna, 1974, p. 95)
Critiche
“Amarcord è un film da amare senza ulteriori riserve. Fellini approfitta della riconquistata serenità per tendere a un racconto quasi oggettivo. Tornando alle radici provinciali e beffarde della propria formazione, il regista di I vitelloni recupera spregiudicatamente la struttura della barzelletta, si sforza di non commuoversi e di non tirare conclusioni. Tutto il film porta la sigla di un maestro, ma alcune pagine si impongono con maggiore evidenza: un pranzo-litigio in famiglia degno di Eduardo, la gita in campagna con lo zio matto (un sublime Ciccio Ingrassia), il ballo degli studenti davanti al Grand Hotel chiuso per l’inverno, la magica apparizione notturna del transatlantico Rex: un simbolo dei miti di un’epoca stupidina, così pregnante che sarebbe piaciuto a C.G. Jung”. (Tullio Kezich”Il mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977″, volume primo, Il Formichiere, Milano, 1977)
“In Amarcord, che in romagnolo vuol dire appunto “Mi ricordo”, Federico Fellini mostra di saper sfuggire al ricatto della nostalgia e di mettere a frutto i fantasmi del passato. Innestando nella sua vena visionaria una consapevolezza sociologica che dai tempi della Dolce vita sembrava smarrita, Fellini ci dà un capo d’opera che è insieme un magico, doloroso itinerario fra gli orti dell’adolescenza e un giudizio lucidissimo, nonostante la lente grottesca, delle vergogne che abbiamo alle spalle, delle radici meschine di cui ancor oggi si nutre la realtà dell’Italia, e la fanno goffo melodramma, tragedia buffa, ribalta di infantilismi. (Giovanni Grazzini, “Gli anni settanta in cento film”)
“Amarcord è il film più semplice, più indifeso e meno aggressivo di Fellini da parecchi anni a questa parte; ed è la ragione per cui ci piace. […] La nuova misura che il regista trova qui ha qualcosa di delicato e di modesto che finisce, tanto più che è inattesa in lui, per catturarci. Lo stregone non ricorre più a incantesimi magniloquenti, quanto a una specie di realismo magico sotterraneo, dove la magia magari ottunde un poco la realtà, però nel contempo ce la restituisce filtrata in risvolti meno appariscenti del solito, ma più sottili e profondi. (Ugo Casiraghi, “L’Unità”, Milano, 19 dicembre 1973)
“Federico Fellini ha evocato con maestria un universo di fantasmi, tirati fuori dalle tasche del tempo senza allegria né ferocia, in un’operazione mentale alla fine elegiaca. I passi più riusciti di Amarcord hanno al centro Gradisca: la sua vicenda erotica ha un tono di qualità espressionistica di alto stile, mentre la finale cerimonia nuziale all’aperto ha qualcosa di derisorio che sottolinea la vanità dei nostri impegni rituali. Alternando il mesto al sardonico, il trionfalismo delle “fogarazze” e della corsa automobilistica all’ospedale e ai funerali, Fellini ha descritto un “epos” provinciale che non traligna mai nella sguaiataggine o nel patetico. Giunto al sommo dell’arte sua, Fellini ha imparato a fermarsi a tempo servendosi di un montaggio severo e implacabile (Morando Morandini, “Il Giorno”, Milano, 19 dicembre 1973)
Anno: 1969
Pellicola: colore
Durata: 60 min
Produzione: N.B.C.
Visto censura: non richiesto
Finto documentario che segue Fellini dalle rovine del set per Il viaggio di G. Mastorna fino ai sopralluoghi per reperire tracce di antichità e ai provini per il Satyricon.
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Fotografia: Pasquale De Santis
Musica: Nino Rota
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Assistente al montaggio: Adriana Olasio
Produttore: Peter Goldfarb
Organizzazione generale: Lamberto Pippia
Segretario di edizione: Norma Giacchero
Aiuto regia: Maurizio Mein, Liliana Betti
Series unit manager: Joseph Nash
Direttore dei dialoghi: Christopher Cruise
Dialoghi inglesi: Eugène Walter
Cast
Federico Fellini
Giulietta Masina
Marcello Mastroianni
Caterina Boratto
Marina Boratto
David Maumsell
prof. Genius
Cesarino
Bernardino Zapponi
Lina Alberti
Curiosità
Le cose piccole e di scarso impegno l’hanno sempre trovato subito consenziente. Quel filmetto sarebbe stato un documento estroso del passaggio fra il Mastorna e il futuro Satyricon; una svelta serie di appunti, chiacchere, fantasie; una simpatica “cacatina”, come Federico la definiva. La sceneggiatura fu presto fatta. L’inizio del film avrebbe mostrato i grandi avanzi scenografici del Mastorna; come relitti di un naufragio, già insaporiti dal tempo; vi crescevano dentro canne e ortiche; ormai erano diventati veri ruderi romani. Lì (inventammo) viveva un gruppo di hippies sbandati, che doveva accentuare l’atmosfera demenziale; “Mastorna” era la loro città, “che ha nome Demenza”. Così scrissi una falsa poesia, attribuita a uno di quei falsi vagabondi (per anni periodicamente si fece viva qualche società degli autori o qualche Cinémathéque per chiedermi il testo originale o il nome dell’autore di quei versi, e io dovevo rivelare che si trattava di un falso nel falso). (Bernardino Zapponi, Il mio Fellini, Marsilio, Venezia, 1995, pp. 26-27)
Critiche
“Vi sono infatti nel Notebook felliniano alcune sequenze di rara bellezza – come quelle dei relitti delle costruzioni e dell’astronave del Mastorna; della ricerca, tra dei forzuti popolani, di volti di antichi romani per il Satyricon; di una visita notturna a un Colosseo misteriosamente animato di vizio e di solitudine; di una giornata del regista nei suoi uffici in cui riceve vecchie e nuove conoscenze, aspiranti a una “comparsata” nel suo prossimo film – in cui Fellini, come si è detto, non cerca affatto di oggettivare se stesso, ma, al più, di dare il proprio mondo fantastico come oggettivo. Così scopriamo […] che quel succedersi di […] esasperate visioni surreali, di sesso e di solitudine, di ironia e di tenerezza, […] è in effetti il modo, l’unico modo, con cui Fellini sa vedere la realtà, costituisce insomma un’angosciosamente necessaria urgenza deformatrice. (Lino Miccichè, “Avanti!”, 7 maggio 1969)
Anno: 1968
Pellicola: colore
Durata: 37 min
Produzione: P.E.A. (Roma), Les Films Marceau (Paris), Cocinor (Paris)
Distribuzione: P.E.A. (Roma)
Visto censura: 5205124/07/1968
Gli altri episodi del film sono: Metzengerstein di Roger Vadim e William Wilson di Louis Malle.
Un giovane attore inglese, Toby Dammit, alterato da droga e alcool, arriva a Roma; sarà il protagonista del primo western cattolico. E’ subito circondato da fotografi, giornalisti, produttori e persino ecclesiastici. Tutto è pronto per celebrare l’avvenimento. Ma lui è insensibile a quanto lo circonda: feste, sfilate di moda, premiazioni. Niente lo scuote dalla sua apatia. Solo quando una misteriosa bambina gli lancia per gioco una palla, Dammit sembra reagire. Durante l’ennesimo ricevimento insulta i presenti e fugge via sull’automobile regalatagli dai produttori. Comincia una corsa sfrenata a folle velocità per il centro e la periferia di Roma: non si accorge di alcuni segnali di pericolo, e un cavo d’acciaio gli tronca di netto la testa, che rotola in un prato. La bambina la raccoglie come fosse un pallone.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: libera riduzione dal racconto “Non scommettere la testa con il diavolo” di Edgard Allan Poe
Sceneggiatura: Federico Fellini, Bernardino Zapponi
Fotografia: Giuseppe Rotunno (Technicolor-Eastmancolor)
Musica: Nino Rota
Scenografia: Pietro Tosi
Costumi: Pietro Tosi
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Operatore: Giuseppe Maccari
Effetti speciali: Joseph Natanzon
Canzoni: “Ruby” di Mitchell Parish (parole) e Heinz Roemheld (musica)
Cantanti: Ray Charles
Arredamento: Carlo Leva
Assistente alla regia: Eschilo Tarquini, Francesco Aluigi, Liliana Betti
Assistente al montaggio: Adriana Olasio, Wanda Olasio
Direttore di produzione: Tommaso Sagone
Organizzazione generale: Enzo Provenzale
Produttore: Alberto Grimaldi, Raymond Eger
Cast
Terence Stamp : Toby Dammit
Salvo Randone : Padre Spagna
Antonia Pietrosi : l’attrice
Polidor : un vecchio attore
Anne Tonietti : commentatrice televisiva
Fabrizio Angeli : primo regista
Ernesto Colli : il secondo regista
Aleardo Ward : primo intervistatore
Paul Cooper : il secondo intervistatore
Marisa Traversi : partecipanti alla festa
Rick Boyd : partecipanti alla festa
Mimmo Poli : partecipanti alla festa
Marina Yaru : la bambina
Brigitte : la ragazza alta due metri
Critiche
“Debole come soggetto cinematografico, quasi ridotto a non avere più sostanza, Toby Dammit si riempie dei ricordi, delle nostalgie, dei miraggi cari a Fellini, con le sue attrici fuori della realtà, e il suo Polidor ormai semispento, maschera di stoffa. E’ un film che mira tutto alla tecnica e al suo superamento. Le nebbie e i chiarori di Otto e mezzo, i colori di Giulietta, qui fanno posto a un problema di luci, magistralmente giocato dalla fotografia di Rotunno: proiettori, lampadine, fari di auto. La tecnica, l’arredo, l’illuminazione prendono il sopravvento. V’è un esibizionismo formale, un virtuosismo tecnico, che a momenti è fine a se stesso”. (Mario Verdone, “Bianco e Nero”, a. XXIX, n. 11-12, novembre-dicembre 1968)
“Fellini riguarda con l’occhio dei suoi personaggi, ora è un prete, ora uno sceneggiatore cattolico, ora un cronista crudele (e gratuito) come quando satireggia Totò, cieco, barcollante attore comico, al braccio di una enorme attrice biondo-eccentrica. La Roma di Fellini-Poe accoglie tutto questo come in un fumo di vapori, sembra sognata, presa da un lontano incubo, irreale anche se carica di spunti verosimili”. (Edoardo Bruno, “Filmcritica”, a. XIX, n. 193, dicembre 1968)
Cast
Cast tecnico
Cast
Cast tecnico
Cast
Anno: 1963
Pellicola: bianco e nero
Durata: 114 min
Produzione: Cineriz (Roma) e Francinex (Paris)
Distribuzione: Francinex (Paris)
Visto censura: 3946106/02/1963
Guido Anselmi è un famoso regista alla ricerca di riposo e di un po’ di evasione in una rinomata stazione termale. Realtà e immaginazione si mescolano nella sua mente, e il luogo che dovrebbe dargli cura e distensione si popola dei personaggi che fanno parte della sua vita. L’arrivo dell’amante Carla, poi di Luisa, la moglie, e dell’attrice Claudia, mitico simbolo di puri sentimenti, e contemporaneamente i colloqui con il produttore, i tecnici, con gli abituali frequentatori delle Terme, veri o irreali che siano, aumentano la confusione di Guido e fanno venire a galla i ricordi più lontani della sua vita: il collegio, i suoi genitori, che poi incontrerà, ormai morti da tempo, in un cimitero. Ma la crisi di Guido non accenna a risolversi. Quando ormai sta abbandonando definitivamente il progetto del nuovo film, sul set dimesso appaiono di nuovo i personaggi della sua vita: Guido in mezzo a loro con il megafono impartisce ordini, e tutti obbediscono in armonia e si danno la mano, formando una catena che sfila gioiosa sulle note della marcetta dei gladiatori.
Cast tecnico
Cast
Premi
Curiosità
Critiche
Anno: 1957
Pellicola: bianco e nero
Durata: 110 min
Produzione: Dino De Laurentiis (Roma), Les Films Marceau (Paris)
Distribuzione: Paramount
Visto censura: 2374215/03/1957
Innocente e indifesa, Cabiria è una prostituta dall’esistenza infelice: ha rischiato di essere uccisa da un amico per i suoi soldi, un celebre attore si fa beffe di lei e persino le sue compagne di strada si divertono alle sue spalle. Sconfortata, si reca al santuario del Divino Amore e, presa dall’enfasi di una cerimonia religiosa, prega anch’essa, che un miracolo le faccia cambiare vita. E il miracolo sembra avverarsi: dopo che un illusionista le ha predetto un futuro roseo, Cabiria incontra Oscar, che le dichiara il suo amore; lei lo ricambia affidandogli i suoi risparmi. Ma Oscar è interessato solo a questi, e tenta addirittura di ucciderla. Cabiria riesce ancora una volta a scamparla, e si rende conto che è la sua ingenuità a complicarle la vita. Disperata, vaga in un bosco, di notte, dove incontra un gruppo di giovani allegri e felici. E Cabiria ritrova il sorriso, smette di piangere, pronta a riprendere la sua strada.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli (da un’idea di Federico Fellini)
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli
Collaborazione ai dialoghi: Pier Paolo Pasolini
Consulente artistico: Brunello Rondi
Fotografia: Aldo Tonti
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Franco Ferrara
Scenografia: Piero Gherardi
Costumi: Piero Gherardi
Montaggio: Leo Catozzo
Assistente al montaggio: Adriana Olasio
Suono: Roy Mangano
Aiuto regia: Moraldo Rossi, Dominique Delouche
Segretario di produzione: Narciso Vicario
Trucco: Eligio Trani
Direttore di produzione: Luigi De Laurentiis
Cast
Giulietta Masina : Cabiria
Amedeo Nazzari : Alberto Lazzari
François Périer : Oscar D’Onofrio
Franca Marzi : Wanda
Ennio Girolami : un “magnaccia”
Dorian Gray : Jessy
Aldo Silvani : l’illusionista
Mario Passante : lo zoppo
Pina Gualandi : Matilda Polidor : il frate
Christian Tassou : Luccicotto
Maria Luisa Rolando : amica di Cabiria
Amedeo Girard : Davide, il maggiordomo di Lazzari
Loretta Capitoli : una prostituta
Franco Balducci : ipnotizzato dall’illusionista
Ciccio Barbi : ipnotizzato dall’illusionista
Nino Milano : ipnotizzato dall’illusionista
Leo Catozzo : l’uomo col sacco
Premi
1957
Oscar per miglior film straniero
Nastro d’argento per miglior regia
Nastro d’argento per miglior attrice
David di Donatello per miglior regia
David di Donatello per miglior produttore
Festival de Cannes: miglior attrice
Premio OCIC – Menzione speciale
Curiosità
“La censura aveva proibito il film e io non volevo che bruciassero i negativi. Così, seguendo il consiglio di un amico gesuita intelligente e forse un po’ spregiudicato, padre Arpa, andai a Genova da un cardinale famoso, considerato uno dei papabili e forse anche per questo assai potente, per chiedergli di vedere il film. In una minuscola saletta di proiezione situata proprio dietro il porto, aveva fatto mettere, al centro, una poltrona comprata il giorno prima da un antiquario, una specie di trono con un gran cuscino rosso e le frange dorate. Il cardinale arrivò a mezzanotte e mezza sulla sua Mercedes nera. A me non fu concesso di restare nella sala e non so se l’alto prelato vide davvero tutto il film o se dormì; probabilmente padre Arpa lo svegliava nei momenti giusti, quando c’erano processioni o immagini sacre. Fatto sta che alla fine disse: ‘Povera Cabiria, dobbiamo fare qualcosa per lei!’. E penso che gli sia bastata una semplice telefonata. Qualcuno mi accusò pubblicamente di essere una specie di Richelieu, che invece di combattere alla luce del sole, tramavo dietro le quinte; per fortuna allora c’era la possibilità di perdere tempo in polemiche di questo genere. Ma insomma, il film fu salvato. A una stranissima condizione, però, posta dal cardinale: che fosse tagliata la sequenza dell’uomo col sacco. […] L’episodio mi era stato ispirato da uno straordinario personaggio col quale avevo passato due o tre notti in giro per Roma: una specie di filantropo, un po’ mago, che in seguito a una visione s’era dedicato a una particolare missione: raggiungeva i diseredati nei punti più strani della città e distribuiva a tutti cibi e indumenti che teneva in un sacco. Questo ogni giorno. Con lui ho visto cose da fiaba. Sollevando la grata di certi tombini dove immaginavi ci fossero solo fango e topi, trovavi una vecchina che dormiva. Nei corridoi di un sontuoso palazzo di via del Corso, dove adesso c’è il Partito socialista, c’erano dei vagabondi che dormivano fino alle cinque della mattina, fatti entrare di nascosto dal guardiano di notte. L’uomo del sacco conosceva tutti questi posti: a uno faceva una iniezione, all’altro dava da mangiare. Nel film immaginai che Cabiria lo incontrasse sull’Appia Antica, mentre tornava a casa alle prime luci dell’alba brontolando perché un cliente mascalzone non l’aveva pagata. Vedeva l’uomo del sacco scendere da una macchinetta e avviarsi verso le cave di tufo, fermarsi sul ciglio di una specie di grande voragine e chiamare per nome una donna; da un lurido anfratto usciva allora una vecchia puttana che Cabiria conosceva come la Bomba Atomica, ridotta ormai a condurre una vita da topa. Poi Cabiria accettava di tornare a casa sulla macchinetta dell’uomo del sacco e restava molto colpita dai suoi racconti. Era una sequenzina molto commovente, ma che fui costretto a togliere; evidentemente in certi ambienti cattolici dava fastidio che nel film ci fosse quell’omaggio a una filantropa del tutto anomala, affrancata da mediazioni ecclesiastiche. E non è ridicolo che il sindaco di Roma, quando uscì Cabiria, protestasse perché avevo messo le puttane in un luogo – la Passeggiata Archeologica – che lui s’era tanto adoperato a render degno della capitale?” (Federico Fellini, Intervista sul cinema, a cura di Giovanni Grazzini, Laterza, Roma-Bari, 1983, pp. 102-103)
Critiche
Anno: 1954
Pellicola: bianco e nero
Durata: 94 min
Produzione: Dino De Laurentiis, Carlo Ponti
Distribuzione: Paramount
Visto censura: 1731118/09/1954
Uomo di natura violenta, Zampanò si esibisce nelle piazze e nelle fiere di paese come mangiatore di fuoco. Da una povera contadina carica di figli compra per diecimila lire Gelsomina, una ragazza ingenua e ignorante, per usarla come spalla nei suoi spettacoli. Diventata a forza la sua amante, Gelsomina, creatura sensibile, tenta invano di fuggire da lui che la maltratta continuamente. Finiti in un circo, Gelsomina conosce il Matto, strana figura di equilibrista girovago mite e gentile che non perde occasione per deridere e umiliare Zampanò. Questi, in un litigio, involontariamente lo uccide. La tragedia fa uscire del tutto di senno Gelsomina, turbata giorno e notte dal ricordo del Matto. Zampanò allora l’abbandona, continuando la sua vita di vagabondo e temendo di essere scoperto e arrestato. Alcuni anni dopo scopre per caso che Gelsomina è morta, e improvvisamente prende coscienza della sua solitudine: abbandonato da tutti piange su una spiaggia deserta.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Tullio Pinelli
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli
Collaborazione alla sceneggiatura: Ennio Flaiano
Dialoghi: Ennio Flaiano
Fotografia: Otello Martelli
Operatore: Roberto Girardi
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Franco Ferrara
Scenografia: Mario Ravasco
Costumi: Margherita Marinari Bomarzi
Montaggio: Leo Catozzo
Assistente al montaggio: Lina Caterini
Suono: Aldo Calpini
Aiuto regia: Moraldo Rossi
Collaborazione artistica: Brunello Rondi
Assistente alla regia: Paolo Nuzzi
Trucco: Eligio Trani
Segretario di edizione: Narciso Vicari
Fotografo di scena: A. Piatti
Direttore di produzione: Luigi Giacosi
Organizzazione generale: Danilo Fallani, Giorgio Morra, Angelo Cittadini
Cast
Giulietta Masina : Gelsomina Di Costanzo
Anthony Quinn : Zampanò
Richard Baserhart : il matto
Aldo Silvani : Il Sig. Giraffa
Marcella Rovere : la vedova
Livia Venturini : la suora
Mario Passante : l’oste
Yami Kamedeva : la prostituta
Anna Primula : la mamma di Gelsomina
Premi
1954
Oscar per miglior film straniero
Nastro d’argento per miglior regia
1956
Nastro d’argento per miglior produzione
Leone d’argento alla Mostra di Venezia
Nomination Oscar per miglior sceneggiatura originale
Premio Bodil (Copenaghen) per il miglior film europeo
Curiosità
“Credo che il film l’ho fatto perché mi sono innamorato di quella bambina-vecchina un po’ matta e un po’ santa, di quell’arruffato, buffo, sgraziato e tenerissimo clown che ho chiamato Gelsomina e che ancora oggi riesce a farmi ingobbire di malinconia quando sento il motivo della sua tromba”.
(Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 60)
Critiche
La strada inizia come una sorta di farsa stridente e nostalgica (su un motivo musicale di Nino Rota preso a prestito al primo movimento della sinfonia Il titano di Mahler) per scivolare poco alla volta verso una tragedia quasi scespiriana. Più che a Charlot, al quale è stata frettolosamente paragonata, Gelsomina, creatura lunare interpretata con grazia un po’ maldestra dalla moglie del regista Giulietta Masina, fa pensare ad Harpo Marx. Fa parte di quella famiglia di “clown bianchi” cari a Fellini, con Zampanò che è un crudele Augusto, e con un Matto filosofo che deve dare alla favola la sua morale: “Tutto serve a qualcosa, nell’universo. Anche un sassolino”. Fellini ha dato opere più importanti, ma non ha ritrovato la purezza di questo sogno infantile” (Claude Beylie,” I capolavori del cinema”, Garzanti, Milano, 1990)
Zampanò è uno dei più poderosi, corposi e drammatici personaggi del cinema contemporaneo; e lo stile del film tra i più puri e più lucidi del neorealismo (si rammenti la levità, l’intensità, l’immediato calore dei personaggi e l’immediata definizione di essi nella sequenza del pranzo nuziale e della escursione di Gelsomina nella grande casa campestre, fino allo scoprimento del bambino malato). E penso peraltro sia ingiusto dire che Fellini ha costruito un film di evasione dalla realtà. Si potrà se mai discutere la natura dell’uomo Fellini, quella sua ben reale inclinazione alla creatura eccezionalmente “innocente”, nel senso dostojewskiano.(Vittorio Bonicelli, “Il Tempo”, 7 ottobre 1954)
La strada è un’opera che presuppone dal suo autore, oltre alla genialità d’espressione, una perfetta conoscenza di certi problemi spirituali ed una riflessione su di essi. Questo film, infatti, tratta del sacro, non dico del religioso né della religione. Parlo di quel bisogno primitivo e specifico all’uomo che ci spinge ad andare oltre, all’attività metafisica, sia sotto forma religiosa che sotto quella artistica, bisogno fondamentale come quello della “durata”. Sembra che Federico Fellini sappia perfettamente che questo istinto è all’origine sia delle religioni che dell’arte. Ce lo mostra allo stato puro in Gelsomina. Ricordiamoci di una delle prime immagini del film. Gelsomina ha due volti, uno triste e uno gioioso, quello gioioso si volge verso il mare in un sorriso di soddisfazione solitaria e irreprensibile. “A me piace fare l’artista!”, dichiara poco dopo. (Dominique Aubier, “Cahiers du Cinéma”, n. 49, juillet 1955)
Anno: 1960
Pellicola: bianco e nero
Durata: 178 min
Produzione: Riama Film (Roma), Pathé Consortium Cinéma (Paris)
Distribuzione: Cineriz
Visto censura: 3107021/01/1960
Giornalista di un rotocalco scandalistico, Marcello spera di poter diventare un giorno scrittore serio. Nel frattempo si trova completamente immerso nella “dolce vita” romana, tra avventure sentimentali con un’aristocratica sempre alla ricerca di emozioni nuove, il tentato suicidio di Emma – la compagna che lo opprime con la sua gelosia – e il vano corteggiare Sylvia, celebre ed esplosiva diva dello schermo che si esibisce in un sensuale bagno nella Fontana di Trevi. Poi, la falsa visione della Madonna inventata da due bambini e l’incontro con un raffinato intellettuale, Steiner: Marcello ammira la sua famiglia e quella che crede un’esistenza ideale. Ma Steiner si toglie la vita, dopo aver ucciso i figlioletti. Le vicende esistenziali di Marcello si susseguono senza sosta: il malore del vecchio padre che è venuto a trovarlo, l’abbandono di Emma. Dopo l’ennesima orgia notturna, all’alba gli stanchi e stralunati partecipanti trovano la carcassa di un mostro marino arenatosi sulla spiaggia.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Cast
Premi
Curiosità
Critiche
Anno: 1955
Pellicola: bianco e nero
Durata: 104 min
Produzione: Titanus (Roma), S.G.C. (Paris)
Distribuzione: Titanus
Visto censura: 1985804/10/1955
Roberto, Picasso e Augusto sono tre specialisti del “bidone”: truffano ingenui contadini a cui si presentano vestiti da preti; poi estorcono denaro a dei baraccati con la promessa di una casa; infine, vendono a sprovveduti benzinai vecchi cappotti spacciati per nuovi. Sono insieme a Capodanno, in una festa, quando Iris, moglie di Picasso, scopre la vera attività del marito. Anche la figlia di Augusto non sa quali loschi traffici compia il padre; è al cinema con lui quando una vittima di Augusto lo riconosce e lo aggredisce. Arrestato, finisce in galera. Ma appena fuori riunisce di nuovo la banda e ripete la truffa con il travestimento da cardinale. Alla vista di una ragazza paralitica, coetanea della figlia, viene preso dai rimorsi e vorrebbe restituire il maltolto. Poi ci ripensa e cerca di truffare gli altri della banda: scoppia una rissa e Augusto, cercando di fuggire, cade in un burrone spezzandosi la spina dorsale. I compari non lo soccorrono, arraffano i soldi e fuggono. Augusto muore in un’agonia lenta e atroce.
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli (da un’idea di Federico Fellini)
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli
Fotografia: Otello Martelli
Operatore: Roberto Gerardi
Aiuto operatore: Arturo Zavattini
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Franco Ferrara
Scenografia: Dario Cecchi
Costumi: Dario Cecchi
Montaggio: Mario Serandrei, Giuseppe Vari
Suono: Giovanni Rossi
Aiuto regia: Moraldo Rossi, Narciso Vicario
Assistente alla regia: Dominique Delouche, Paolo Nuzzi
Collaborazione artistica: Brunello Rondi
Trucco: Eligio Trani
Parrucche: Fiamma Rocchetti
Arredamento: Massimiliano Capriccioli
Fotografo di scena: G. B. Poletto
Segretario di edizione: Nada Delle Piane
Direttore di produzione: Giuseppe Colizzi
Ispettore di produzione: Antonio Negri
Segretario di produzione: Manolo Bolognini
Segretario amministrativo: Ezio Rodi
Cast
Broderick Crawford : Augusto
Richard Baserhart : Picasso
Franco Fabrizi : Roberto
Giulietta Masina : Iris, la moglie di Picasso
Giacomo Gabrielli : Baron “Vargas”
Alberto De Amicis : Rinaldo
Sue Ellen Blake : Susanna
Lorella De Luca : Patrizia, la figlia di Augusto
Mara Werlen : Maggie, la danseuse
Mario Passante : un truffatore
Irene Cefaro : Marisa
Xenia Walderi : Luciana, la compagna di Rinaldo
Maria Zanoli : Stella Fiorina, contadina truffata
Sara Simoni : seconda contadina truffata
Cristina Pall : la proprietaria del portasigarette d’oro
Tiziano Cortini : il biondo del cinema
Riccardo Garrone : Riccardo, un bidonista
Paul Grenter : bidonista
Ada Colangeli : signora Bove, bidonata case popolari
Amedeo Trilli : Luigi Fiorelli, bidonato case popolari
Ettore Bevilacqua : bidonato case popolari
Alberto Plebani : l’uomo del bidone dell’orologio
Critiche
In fondo, diciamolo chiaramente, ciò che attira in Fellini è questa sua capacità di stringere in un unico sguardo il cielo e la terra; è il suo un platonismo memore delle cose di quaggiù, incapace di scordare i legami affettuosi, le memorie, le contemplazioni, le battaglie combattute insieme, la sofferenza, non giustificata, dei buoni, dei semplici, di donne e uomini di buona volontà. E’ vero che anche nel Bidone i personaggi principali sono raffigurati dal regista con sanguigna potenza: i tre birbanti, e la fungaia dei minori colleghi, vivono con una intensità vitalistica ad alto regime, sono “fusti” che vigoreggiano per merito della serena vita dell’arte. Ma è anche vero che, all’apparenza umili larve, coloro che per colpa del “bidonisti” hanno a soffrire (la moglie di “Picasso”, la figlia di Augusto, la giovane paralitica) hanno un evidente rilievo, pur se la loro presenza nel racconto ha poco peso temporale. (Pietro Bianchi, “Maestri del cinema”, Garzanti, Milano, 1972)
Ancora una volta, se dovessimo stabilire un precedente stilistico e spirituale per Fellini, dovremmo fare il nome di Kafka. L’itinerario del vecchio “bidonista” dallo sguardo stanco rispetta l’ingranaggio kafkiano del processo e della condanna, in un mondo altrettanto crudelmente oggettivato, fa uomini stanchi e indifferenti. Non c’è da meravigliarsi che Il bidone dia fastidio ai dogmatici e sfugga alle loro definizioni”. (Tullio Kezich, “Sipario”, a. X, n. 115, novembre 1955)
Il bidone inizia in malo modo e finisce solennemente: questo miscuglio esplosivo può dar fastidio in un festival a tutti coloro che entrano nella sala impazienti di uscirne; ma io, che avevo tutto il tempo a mia disposizione, sarei rimasto volentieri delle ore a veder morire Broderick Crawford. (François Truffaut, “Cahiers du Cinéma”, n. 51, octobre 1955)
Anno: 1962
Pellicola: colore
Durata: 60 min
Produzione: Concordia Compagnia Cinematografica e Cineriz (Roma), Francinex e Gray Films (Paris)
Distribuzione: Cineriz
Visto censura: 46452 06/02/1962
Gli altri episodi del film sono: Renzo e Luciana di Mario Monicelli, Il lavoro di Luchino Visconti, La riffa di Vittorio De Sica. Moralista inflessibile, il dottor Antonio si batte a modo suo contro il dilagare della immoralità. Improvvisa prediche a sbigottiti boy-scout, molesta le coppiette in cerca di intimità, arriva persino a strappare le copertine dei rotocalchi nelle edicole. Finché, il colmo per lui, sotto le finestre della sua abitazione viene allestito un enorme cartellone pubblicitario con l’immagine di una donna dalle forme giunoniche che invita con ammiccante sorriso a bere più latte. Il dottor Antonio tenta invano di farlo rimuovere, poi decide di imbrattarlo lanciandogli contro bottiglie d’inchiostro. Il cartellone verrà censurato dalle autorità ma un acquazzone scoprirà nuovamente le forme della tentatrice. Che finisce per ossessionare senza sosta i sogni del dottor Antonio, fino a che questi non viene ritrovato, un mattino, delirante, arrampicato sul cartellone. Mentre un’ambulanza lo porta in ospedale, Cupido occhieggia beffardo.
Cast tecnico
Cast
Curiosità
Critiche
Anno: 1953
Pellicola: bianco e nero
Durata: 16 min
Produzione: Faro Film
Distribuzione: D.C.N.
Visto censura: 1534113/11/1953
Gli altri episodi del film sono: L’amore che si paga di Carlo Lizzani, Paradiso per quattro ore di Dino Risi, Tentato suicidio di Michelangelo Antonioni, Storia di Caterina di Francesco Maselli e Cesare Zavattini, Gli italiani si voltano di Alberto Lattuada. A un giovane giornalista viene affidata un’inchiesta sulle agenzie matrimoniali. Scettico, si finge cliente di una di queste, alla ricerca di una moglie per un suo ricco amico. E sebbene racconti che questi è malato di epilessia, costretto a vivere in campagna perché durante le notti di plenilunio si trasforma in lupo mannaro, riesce a trovare una ragazza disposta al matrimonio. Una ragazza dolce, ingenua, che mette in crisi il cinismo del protagonista.
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli
Fotografia: Gianni Di Venanzo
Musica: Mario Nascimbene
Cast
Antonio Cifariello : Giornalista
Livia Venturini : Rossana
Ilario Maraschini : proprietario dell’agenzia
Angela Pierro : direttrice dell’agenzia
Curiosità
Mentre Maselli e Zavattini tentano l’impossibile ricostruzione di un fatto vero e gli altri cineasti optano per un contributo in forma di documentario, Fellini sceglie la chiave del racconto “finto vero”. Il riminese non ha mai condiviso le teorie di Zavattini sul cinema-verità, convinto com’è che bisogna inventare tutto. Secondo alcune testimonianze, Federico intraprende un’inchiesta presso l’agenzia matrimoniale Omega presentandosi con la sigla C. L. 35. Secondo altri racconta una frottola a Zavattini per farlo contento, o per divertirsi un po’ alle spalle dell’ardente teorico del neorealismo. La cosa più probabile è che niente nell’episodio Agenzia matrimoniale, scritto con Pinelli, è “preso dalla vita” nel senso zavattiniano, a cominciare dai protagonisti che sono due giovani attori di professione. Antonio Cifariello (in un inesistente gioco della verità presta il proprio nome e cognome al personaggio del giornalista) è già apparso in alcuni film ed è all’inizio di una buona carriera di attore che lo collocherà fra i volti popolari del “neorealismo rosa” […]. La ragazza Rossana è interpretata da Livia Venturini, attrice e doppiatrice che si rivedrà nella parte della suorina in La strada e in qualche altro film.
(Tullio Kezich, Fellini, Milano, Camunia, 1987, pp. 210-211)
Critiche
Dei due “racconti”, quello di Federico Fellini, Agenzia matrimoniale, è il più felice: svelto, spiritoso nell’avvio, si fa a poco a poco patetico, nella pittura di quella goffa ragazza di campagna, disposta a sposare un licantropo pur di “sistemarsi”. Il caso vuol sintetizzare quel che si nasconde, di amarezze e di miserie, dietro l’insegna: “agenzia matrimoniale”. E in un certo senso ci riesce, grazie al garbo del regista, alla sua facoltà di osservazione ambientale e psicologica; ci riesce con estro più pregnante e meno coloristico di quello sfoggiato da George Cukor nel più ampio e sotto taluni aspetti analogo Mariti su misura. (Giulio Cesare Castello, “Cinema” [nuova serie], a. VI, n. 123, 15 dicembre 1953)
Anno: 1953
Pellicola: bianco e nero
Durata: 103 min
Produzione: Peg Film (Roma) / Cité Film (Paris)
Distribuzione: ENIC
Visto censura: 1500517/09/1953
Siamo alla fine dell’estate, in una cittadina della costa romagnola. In una festa all’aperto, Riccardo si esibisce finalmente come cantante, ma un acquazzone interrompe il tutto causando un fuggi fuggi generale. Nella confusione salta fuori che Sandra, sorella di Moraldo, aspetta un figlio: dovrà sposarsi con Fausto. Arriva l’inverno e riprende la vita monotona di provincia; gli amici di Fausto trascorrono le loro giornate tra caffè e scherzi puerili, anche se la loro età non è più verde. Sono i “vitelloni”, viziati e mantenuti dalle famiglie: Alberto, con il suo faccione da bambino, eterno buffone che si fa dare i soldi dalla sorella; Leopoldo, tutto preso da sogni di successi letterari; Riccardo, pigro e indolente, e Moraldo, il più giovane e desideroso di lasciare tutti e andare a Roma. Di ritorno dal viaggio di nozze, Fausto accetta di lavorare: farà il commesso in un negozio di arredi sacri. Ma si mette a corteggiare la moglie del proprietario e Sandra, appena lo scopre, fugge di casa con la bambina da poco nata. Fausto e Moraldo, assieme agli altri amici, si mettono alla sua ricerca; ma lei non è lontana, è in casa del suocero, che punirà a cinghiate il figlio scapestrato. I “vitelloni” ricominciano la solita vita, fra delusioni famigliari (Alberto scopre che la sorella vuole fuggire con un uomo sposato) e professionali (Leopoldo incontra un capocomico che si rivela interessato a ben altro che alle sue produzioni letterarie); solo Moraldo riesce finalmente ad andarsene. Sul treno immagina i suoi amici per i quali nulla cambia.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Ennio Flaiano, da un’idea di Tullio Pinelli
Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano
Fotografia: Otello Martelli, Luciano Trasatti, Carlo Carlini
Operatore: Roberto Girardi, Franco Villa
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Franco Ferrara
Scenografia: Mario Chiari
Costumi: Margherita Marinari Bomarzi
Montaggio: Rolando Benedetti
Direttore di produzione: Luigi Giacosi
Ispettore di produzione: Danilo Fallani
Segretario di produzione: Ugo Benvenuti
Cast
Franco Interlenghi : Moraldo
Alberto Sordi : Alberto
Franco Fabrizi : Fausto
Leopoldo Trieste : Leopoldo
Riccardo Fellini : Riccardo
Eleonora Ruffo : Sandra
Jean Brochard : il padre di Fausto
Claude Farell : la sorella di Alberto
Carlo Romano : Michele l’antiquario
Lida Baarova : Giulia la moglie di Michele
Enrico Viarisio : il padre di Morando e Sandra
Paola Borboni : la madre di Morando e Sandra
Arlette Sauvage : la sconosciuta nel cinema
Vira Silenti : la “cinesina”
Maja Nipora : la soubrette
Achille Majeroni : il capocomico
Silvio Bagolini : l’idiota
Giovanna Galli : ballerina
Franca Gandolfi : ballerina
Premi
1953
Nastro d’argento per miglior regia
Nastro Miglior attore non protagonista
1957
Leone d’argento alla Mostra di Venezia
Nomination Oscar per miglior soggetto e sceneggiatura originali
Curiosità
“I vitelloni non voleva distribuirlo nessuno, andammo in giro a mendicare un noleggio come dei disperati. Mi ricordo certe proiezioni allucinanti. I presenti, alla fine, mi lanciavano occhiate di traverso e stringevano dolenti la mano al produttore Pegoraro in un’atmosfera di alluvione del Polesine. I nomi non me li ricordo e se mi li ricordo è meglio non farli. Mi ricordo una proiezione alle due del pomeriggio, d’estate, per il presidente di una grossa società. Venne con passo elastico, bruno, abbronzato sotto la lampada al quarzo, con la catenella d’oro al braccio, il tipo del venditore d’automobili, quello che piace alle donne. […] Non lo presero. Finì a un’altra distribuzione che non voleva il titolo I vitelloni. Ci consigliavano un altro titolo: Vagabondi! Con il punto esclamativo. Dissi che andava benissimo, però suggerivo di rafforzare l’invettiva con un vocione da orco che sulla colonna sonora tuonasse Vagabondi! Accettarono il titolo soltanto quando Pegoraro gli diede altri due film che loro consideravano sicuramente commerciali. Ma sui primi manifesti e le prime copie non vollero il nome di Alberto Sordi: fa scappare la gente, dicevano, è antipatico, il pubblico non lo sopporta”.
(Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 53-54)
Tra i protagonisti il più inafferrabile è Alberto Sordi, che Fellini ha preteso contro tutti. Nel frattempo il comico si è impegnato con Wanda Osiris nella rivista di Garinei e Giovannini Gran baraonda ed è giocoforza, per averlo sottomano, seguire lo spettacolo in varie “piazze” tra le quali Viterbo e Firenze. Nel Teatro Goldoni, chiuso per inagibilità e pieno di topi, viene girato il veglione di carnevale; e un ambiente fiorentino viene utilizzato per il negozio di arredi sacri.
(Tullio Kezich, Fellini, Milano, Camunia, 1987, p. 193)
Critiche
“I vitelloni riconferma la vena satirica più viva che oggi conti il nostro cinema; che l’atmosfera grigia della provincia (quelle strade notturne, per le quali echeggiano i canti e le battute sciocche dei vitelloni; quelle case povere, modeste o comode, in ogni caso onorate, in cui l’inutilità professionale di quei giovinastri trova rifugio ogni notte dopo l’ozioso girovagare; quel mare squallido; quei periodici sussulti di euforia artificiosa: la festa col concorso di bellezza, il veglione) ed alcune psicologie (quella del bellimbusto Fausto, quella del giullare Alberto, assai pittorescamente interpretato da Sordi, quella del “signorino” Moraldo) appaiono interpretate da un osservatore e psicologo assai acuto. Il quale, da buon moralista, sa spremere alla fine un senso dal suo racconto, che non vuol certo essere un semplice “divertissement”.
Troppi “leoni” al lido, (Giulio Cesare Castello “Cinema” (nuova serie), a. VI, n. 116, 31 agosto 1953)
“La freschezza non manca certo alla gamma di Fellini. Il suo maggiore merito è proprio quello di non badare al macchinoso, al prestabilito; ma di abbandonarsi a ciò che sente e risente, a momenti e stati d’animo apparentemente trascurabili o di secondo piano. Invece, in quei momenti è artista; e tutto rivela allora una vibrazione e un significato”. (Mario Gromo, “La Stampa”, 9 ottobre, 1953)
“Anche se non conoscessimo la sua attività passata […], basterebbero poche inquadrature per far chiaro che Federico Fellini è un umorista. Ma un umorista malinconico, ci sia o no contraddizione. Sorride, ma con amarezza. E’ chiaro che il piccolo mondo neghittoso e turbolento ch’egli descrive gli dà la stessa sgradevole impressione che dà a noi, un mondo di creature sciupate, di superflue esistenze. Lo comprende, lo studia; non direi lo schernisca; piuttosto lo commisera, ma è evidente che cerca con ironia il contrasto tra il molto presumere e lo squallido essere. (Arturo Lanocita, “Corriere della Sera”, 28 agosto 1953)
Anno: 1952
Pellicola: bianco e nero
Durata: 85 min
Produzione: P.D.C. – O.F.I.
Distribuzione: P.D.C.
Visto censura: 1172007/04/1952
Due sposi novelli, Ivan e Wanda, sono in viaggio di nozze a Roma per l’anno Santo. Lui, pignolo e metodico, di famiglia borghese, ha già preparato un programma per il viaggio, con annessa visita al Papa; lei, appena arrivata a Roma, lascia l’albergo per mettersi alla ricerca dello “sceicco bianco”, il protagonista di una serie di fotoromanzi di cui è appassionata lettrice, al quale ha scritto decine di lettere. Wanda riesce a trovare il suo idolo sul set approntato a Fregene, dove stanno “girando” un nuovo episodio. La ragazza decide di unirsi alla troupe. Intanto Ivan, disperato, la sta cercando per tutta la città, nascondendo a parenti e amici romani, con bugie e complicati inganni, la fuga della moglie. Sulla spiaggia di Fregene Wanda, coinvolta in sgradevoli disavventure, scopre che il suo eroe è molto diverso da come lo aveva sognato: è un pover’uomo succube della moglie. E il mondo dei fotoromanzi non è quello da lei immaginato. Delusa, tenta di uccidersi in maniera goffa gettandosi nel Tevere. Viene salvata e finalmente torna in albergo dal marito, appena in tempo per correre a San Pietro, dove li aspettano i parenti per la visita al Papa.
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Tullio Pinelli (da un’idea di Michelangelo Antonioni)
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli con la collaborazione di Ennio Flaiano
Fotografia: Arturo Gallea
Operatore: Antonio Belviso
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Fernando Previtali
Scenografia: Raffaello Tolfo
Montaggio: Rolando Benedetti
Aiuto regia: Stefano Ubezio
Suono: Armando Grilli, Walfredo Traversari
Trucco: Franco Titi
Fotografo di scena: Osvaldo Civirani
Segretario di edizione: Moraldo Rossi
Produttore: Luigi Rovere
Direttore di produzione: Enzo Provenzale
Segretario di produzione: Renato Panetuzzi
Cast
Alberto Sordi : Fernando Rivoli “Lo sceicco bianco”
Brunella Bovo : Wanda Giardino in Cavalli
Leopoldo Trieste : Ivan Cavalli
Giulietta Masina : Cabiria
Lilia Landi : Felga
Ernesto Almirante : il regista di fumetti
Fanny Marchiò : Marilena Vellardi
Gina Mascetti : la moglie dello “Sceicco bianco”
Enzo Maggio : il portiere d’albergo
Ugo Attanasio : lo zio di Ivan
Jole Silvani : prostituta amica di Cabiria
Curiosità
“Il primo giorno della lavorazione dello Sceicco bianco cominciò male, proprio male. Si doveva girare in esterni. Ero partito da Roma all’alba, salutando Giulietta con il batticuore di chi va a sostenere un esame. Avevo una Cinquecento e l’avevo fermata davanti a una chiesa, ero entrato addirittura a pregare. Nell’ombra mi era parso di intravvedere un catafalco, e mi ero lasciato prendere dalla superstizione che si trattasse di un cattivo presagio, ma poi il catafalco non c’era, nella chiesa non c’era nessuno, né morto né vivo. C’ero solo io, che non mi ricordavo più nemmeno una preghiera. Feci alcune vaghe promesse di ravvedimento e uscii un po’ inquieto. Sulla strada di Ostia, alla Cinquecento era scoppiata una gomma, allora quando scoppiava una gomma bisognava cambiarla con le proprie mani. Io comunque non me ne sentivo capace, così stavo lì, abbastanza disperato, pensando che ero già in ritardo per la mia prima regia. Per fortuna passò un camionista siciliano di buon umore, e fece il cambio lui. Arrivai a Fregene alle nove e tre quarti mentre l’appuntamento era per le otto e mezzo. Si erano imbarcati tutti in un barcone che era a un chilometro di distanza su un mare immenso. Mi parevano lontanissimi, irraggiungibili. Mentre un motoscafo mi portava verso di loro, il barbaglio del sole mi confondeva gli occhi. Non solo erano irraggiungibili, non li vedevo più. Mi domandavo ‘E ora cosa faccio?…’ Non ricordavo la trama del film, non ricordavo nulla, desideravo tagliare la corda e basta. Dimenticare. Poi, però, di colpo tutti i dubbi mi svanirono quando posai il piede sulla scala di corda. Mi issai sul barcone. Mi intrufolai tra la troupe. Ero curioso di vedere come sarebbe andata a finire”.
Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980, p. 51-52
Critiche
In Lo sceicco bianco l’originalità dell’espressione trova la sua concretezza in una inquietudine senza sfogo, che si riflette e si manifesta nella cattiveria con cui la macchina da presa si muove, ora per fissare impietosamente, ora per sollecitare in tono di satira, gesti fatti e azioni dei protagonisti piccolo-borghesi alle prese con la realizzazione dei loro sogni provinciali. Una piccola borghesia vista come rinuncia alla autenticità, come desiderio di inseguire con commovente impegno una folla di miti usuali e flaccidi: dalla fanfara dei bersaglieri – simbolo di una retorica patriottarda – al mondo dei fotoromanzi; dalla passeggiata in carrozza per le vie di Roma al suicidio per onore, alla sospirata udienza. (Lino Del Fra, “Bianco e Nero”, a. XVIII, n. 6, giugno 1957)
Il film non solo riconferma le possibilità registiche di Federico Fellini dopo Luci del varietà diretto in collaborazione con Lattuada, ma offre anche l’esempio di un’opera che, per essere valutata nei suoi effettivi valori, richiede un’attenta lettura e magari una rilettura. A uno sguardo superficiale, infatti, sfugge la singolarità del lavoro, proprio perché Fellini sembra muovere persone comuni in ambienti comuni mediante un’azione che diremmo quasi banale. Ma quelle persone, quegli ambienti, quelle azioni assumono significati precisi che investono, sia pure indirettamente, un giudizio e una critica. Il giudizio e la critica erano, del resto, anche alla partenza di Luci del varietà. Tuttavia, mentre in quel film Liliana alla fine vive ancora nel mondo dei fumetti (significativi, in tal senso, i giornali che chiede all’amante) e di sé non ha proprio risolto nulla, in Lo sceicco bianco Wanda, ugualmente provinciale e formatasi sui fotoromanzi, riesce a evadere dall’”amorosa menzogna” in cui era sentimentalmente irretita. La sua avventura diventa un’esperienza positiva perché la restituisce alla realtà. (Guido Aristarco, “Cinema Nuovo”, a. I, n. 1, 15 dicembre 1952)
Anno: 1950
Pellicola: bianco e nero
Durata: 100 min
Produzione: Capitolium Film
Distribuzione: Fincine
Visto censura: 888818/11/1950
Liliana, una bella ragazza di provincia, vuole affermarsi nel mondo dello spettacolo. Fugge di casa e si unisce ad una piccola compagnia d’avanspettacolo; il direttore, Checco, se ne invaghisce e la fa esordire immediatamente. E’ un esordio fortunato, con tanti applausi, anche perché durante un numero a Liliana scivola un gonnellino… Alcuni giorni dopo la compagnia è invitata a casa di un ricco avvocato di paese, che tenta un approccio notturno con Liliana. Interviene Checco, geloso, e scatena una baraonda al termine della quale tutti i guitti vengono cacciati via. Checco e Liliana lasciano la compagnia alla ricerca di un ingaggio favorevole: l’unica offerta viene fatta a Liliana, ma la gelosia di Checco la fa saltare. Questi, con i soldi avuti in prestito dalla sua compagna Melina, anch’essa nella vecchia compagnia, tenta di formarne una nuova con altri artisti. Ma prima dell’esordio Liliana lo abbandona e firma un contratto con un altro impresario, colpito anch’esso dalla sua avvenenza. A Checco non resta che tornare con i vecchi compagni e con Melina, che lo ha perdonato. La compagnia è di nuovo insieme, e sta viaggiando in treno alla ricerca di qualche buona “piazza” quando nel vagone appare una bella ragazza. Checco la nota subito e la storia ricomincia…
Per gentile concessione di Sacwebphoto – Archivio dedicato ai Maestri Pittori Cartellonisti Italiani e ai manifesti cinematografici del ‘900
Cast tecnico
Regia: Alberto Lattuada, Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Alberto Lattuada, Tullio Pinelli con la collaborazione di Ennio Flaiano
Fotografia: Otello Martelli
Operatore: Luciano Trasatti
Fotografo di scena: Osvaldo Civirani
Musica: Felice Lattuada
Direttore d’orchestra: Franco Ferrara
Scenografia: Aldo Buzzi
Costumi: Aldo Buzzi
Arredamento: Luigi Gervasi
Montaggio: Mario Bonotti
Aiuto regia: Angelo D’Alessandro
Direttore di produzione: Bianca Lattuada, Federico Fellini
Cast
Carla del Poggio : Liliana “Lilly” Antonelli
Peppino De Filippo : Checco Dalmonte
Giulietta Masina : Melina Amour
Folco Lulli : Adelmo Conti
Franca Valeri : la coreografa ungherese
Carlo Romano : Avv. Enzo La Rosa
John Kitzmiller : John
Silvio Bagolini : Bruno Antonini il giornalista
Dante Maggio : Remo il capocomico
Alberto Bonucci : personaggio del duo teatrale
Vittorio Caprioli : personaggio del duo teatrale
Giulio Calì : il fachiro
Mario De Angelis : maestro
Checco Durante : il proprietario del teatro
Joe Fallotta : Bill
Giacomo Furia : Duke
Renato Malavasi : albergatore
Fanny Marchiò : una soubrette
Gina Mascetti : Valeria Del Sole
Vania Orico : Gypsy Singer
Enrico Piergentili : il padre di Melina
Marco Tulli : spettatore
Alberto Lattuada : inserviente teatrale
Sofia Lazzaro [Sophia Loren] : ballerina
Giovanna Ralli : ballerina
Premi
1950-1951
Nastro d’argento per miglior attrice non protagonista (Giulietta Masina)
Curiosità
Nei primi mesi del ’50 i giornali parlano con curiosità di questa “cooperativa fra mogli e mariti”, cioè fra i due registi e le rispettive consorti attrici Carla Del Poggio e Giulietta Masina. Lattuada fa entrare anche sua sorella Bianca, esperta organizzatrice, e suo padre che compone il commento musicale.
(Tullio Kezich, Fellini, Milano, Camunia, 1987, p. 166)
Critiche
Uno di meriti del film Luci del varietà (di Lattuada e Fellini) ci sembra essere l’indifferenza che gli autori mostrano per quelle soluzioni drammatiche già provate da una lunga consuetudine, il sospetto con cui osservano queste eroine del momento che sono le miss o le aspiranti divette. C’è un breve quadro nel film giusto alla fine, in cui la protagonista, finalmente seminuda sul palcoscenico (come ha sempre sognato) manda baci al pubblico e ringrazia, con le lagrime agli occhi per gli applausi che vanno al suo corpo. E’ un’apoteosi feroce, che corona tutta una serie di osservazioni sul carattere dei comici, sul loro concetto del successo e dell’arte, e che pongono pertanto questo film (che non manca di difetti) su un piano insolito, al di sopra del genere ameno […] Più che un film satirico se ne ricava un antiromanzo, dove le precisazioni nette e crude non vengono dalla mania di fare un po’ di realismo a buon mercato, ma sono cercate apposta, per togliere tutte le speranze di una soluzione normale, a lieto fine, e sono ottenute contro i personaggi, che non commuovono mai, presi come sono da un gioco in cui la vanità supera ogni altro sentimento. (Ennio Flaiano, “Il mondo”, a III, n. 18, 5 maggio 1951, ora in Lettere d’amore al cinema, Rizzoli, Milano, 1981)
Luci del varietà trova la sua ispirazione e i suoi limiti espressivi nel mondo della rivista, raccontando, con snella intelligenza ed anche con un indovinato mordente amaramente umoristico, quello che è il vero volto delle piccole ribalte e descrivendo i quotidiani eroismi dei capocomici, delle soubrette, delle macchiette, degli imitatori e di tutta quella folla di personaggi assiepata attorno ai margini dell’avanspettacolo. (Tullio Cicciarelli, “Il Lavoro Nuovo”, 7 dicembre 1950)
Anno: 1965
Pellicola: colore
Durata: 120 min
Produzione: Federiz (Roma),
Francoriz (Paris)
Distribuzione: Cineriz
Visto censura: 4573323/09/1965
Nella sua bella villa di Fregene, una ricca signora borghese, Giulietta, trascorre l’estate. In occasione dell’anniversario del suo matrimonio con Giorgio, viene organizzata una festa durante la quale si svolge una seduta spiritica. Si evocano fantasmi erotici e scurrili, e le offese di uno di questi, assieme al dubbio che Giorgio la tradisca, mettono in crisi di identità Giulietta. Non ha nessuno con cui confidarsi: è sola con le sue contraddizioni, tra il perbenismo bigotto e la tentazione di vivere senza inibizioni. Una vicina di casa, Susy, l’invita nella sua villa: qui Giulietta può finalmente lasciarsi andare, visto che ha avuto le prove del tradimento del marito. Ma i sensi di colpa la fanno fuggire, e visioni contrapposte quasi sconvolgono la sua mente. Con l’aiuto di una psicoanalista riesce a reagire: affronta una vera e propria battaglia con i suoi condizionamenti, le tentazioni, i fantasmi. Alla fine, vittoriosa e in abito bianco, va incontro al vento che impetuoso soffia dal mare.
Cast tecnico
Regia: Federico Fellini
Soggetto: Federico Fellini, Tullio Pinelli, da un’idea di Federico Fellini
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi
Fotografia: Gianni Di Venanzo (Technicolor)
Operatore: Pasquale De Santis
Musica: Nino Rota
Direttore d’orchestra: Carlo Savina
Scenografia: Piero Gherardi
Costumi: Piero Gherardi
Aiuto scenografia: Luciano Riccieri, E. Benazzi Taglietti, Giantito Burchiellaro
Aiuto costumi: Bruna Parmesan, Alda Marussig
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Arredamento: Vito Anzalone
Aiuto regia: Francesco Aluigi, Liliana Berti, Rosalba Zavoli
Suono: Mario Faraoni, Mario Morici
Segretario di edizione: Eschilo Tarquini
Trucco: Otello Fava, Eligio Trani
Acconciature: Renata Magnanti, Marisa Fraticelli
Assistente al montaggio: Adriana Olasio
Produttore: Angelo Rizzoli
Direttore di produzione: Mario Basili, Alessandro von Norman
Organizzazione generale: Clemente Fracassi
Ispettore di produzione: Walter Benelli
Segretario di produzione: Renato Fié, Ennio Onorati
Cast
Giulietta Masina : Giulietta Boldrini
Mario Pisu : Giorgio suo marito
Sandra Milo : Susy, Iris, Fanny
Valentina Cortese : Valentina
Caterina Boratto : la madre di Giulietta
Lou Gilbert : il nonno di Giulietta
Sylva Koscina : Sylva sorella di Giulietta
Luisa della Noce : Adele altra sorella di Giulietta
Josè De Vilallonga : Josè il cavaliere romantico
Valeska Gert : Nhishma la veggente
Silvana Jachino : Dolores
Fred Williams : principe arabo
Milena Vukotic : domestica di Giulietta
Genius : Genius il medium pederasta
Dany Paris : l’amica disperata di Susy
Alberto Plebani : il detective privato
Yvonne Casadei : cameriera della corte di Susy
Mario Canocchia : l’avvocato di famiglia
Cesarino Miceli Picardi : amico di Giorgio
Felice Fulchignoni : Dott. Raffaele
Lia Pistis : amica della spiaggia
Alba Cancellieri : Giulietta bambina
Premi
1965
Nastro d’argento per miglior attrice non protagonista
1965-1966
Nastro d’argento per miglior fotografia a colori
Nastro d’argento per miglior scenografia
Nastro d’argento per migliori costumi
David di Donatello per miglior attrice
Critiche
“Paradossalmente si potrebbe sostenere che Giulietta degli spiriti è un film da sfogliare più che da vedere; il modo migliore di assaporarlo sarebbe quello di ridurlo a un migliaio di inquadrature, e poi esaminarle, a una a una, come si fa con un album […] Viene il sospetto che Fellini sia stato condizionato – e frenato – dal colore, non soltanto da Giulietta”. (Morando Morandini, “L’Osservatore Politico Letterario”, Milano, 12 dicembre 1965)
“Quello che poteva anche essere un racconto scarno, per linee interne, diventa nelle mani di Fellini una fantasmagoria di forme e di colori oggettivanti i pensieri, i ricordi, i sogni e le visioni del personaggio; il quale personaggio non è ben certo che sia sempre quello della signora Giulietta e non diventi per lunghi tratti quello del regista prevaricatore. Un altro cospicuo saggio, dunque, della tumultuaria, barocca immaginazione felliniana, e insieme della sua splendida facoltà di ordinare il mondo in visione cinematografica, qui arricchita dall’uso del colore, da lui trattato si può dire per la prima volta e con effetti sorprendenti. Ma anche un film di sosta, che assommando vari motivi del regista (da Lo sceicco bianco a Otto e mezzo), non li trascende e lascia immutata, e per ciò stesso un po’ stanca, la prospettiva dell’artista”. (Leo Pestelli, “La Stampa”, 29 ottobre 1965)
“Le risorse tipiche del film sono: una macchina da presa frenetica, immagini incalzanti unite a un eccezionale dominio della luce e del colore. Questo è cinema da maestro, non solo in rapporto all’opera immediatamente precedente di Fellini, Otto e mezzo, ma si colloca vicino al Citizen Kane di Welles e al Marienbad di Resnais. Si muove liberamente e significativamente nel tempo e nello spazio, nell’immaginazione e nella memoria”. (Gordon Gow, “Films and Filming”, April 1966)